Cronaca Falsomiele

Ucciso da moglie e figli con 57 coltellate, i giudici: "La donna non agì alla cieca, lo voleva morto"

Le motivazioni della sentenza d'appello che ha ridotto da 14 a 9 anni le condanne per Salvatrice Spataro che, nel 2018, con Mario e Vittorio Ferrera, ammazzò il marito Pietro, al culmine di anni di violenza e di abusi. "Nessuna provocazione, impossibile ravvisare la legittima difesa: non furono spinti dalla rabbia ma dall'impotenza e dalla paura"

Quando la sera del 14 dicembre del 2018 accoltellò il marito, al culmine di 23 anni di umiliazioni, maltrattamenti e vessazioni, "la rabbia non ha spinto 'solo' l'imputata a colpirlo per fargli del male e senza l'intenzione di uccidere", ma con "la ferma intenzione di portare l'aggressione fino alle estreme conseguenze". Salvatrice Spataro, la donna condannata con i suoi figli Mario e Vittorio per l'omicidio di Pietro Ferrera, secondo i giudici d'appello - che hanno ridotto le condanne ai tre da 14 a 9 anni e 4 mesi - "in quel momento non ha visto altra strada possibile che quella di eliminare il problema alla radice, sopprimendone la causa vivente".

"Ha scelto l'arma con cura, non ha colpito alla cieca"

La seconda sezione della Corte d'Assise d'Appello, presieduta da Angelo Pellino, nelle 91 pagine di motivazioni della sentenza emessa lo scorso 17 giugno, sottolinea che la donna "ha scelto con cura il coltello che si è rivelato essere un'arma letale e che poteva garantire per le dimensioni della lama il massimo dell'offensività" e "non ha colpito alla cieca, ma dritto al collo, alla gola, e non una ma più volte e lo ha fatto, tra l'altro, cogliendo di sorpresa il marito, approfittando del fatto che fosse disteso sul letto, dandole le spalle". Inoltre, scrivono ancora i giudici, "non si è limitata ad infliggere quelle prime coltellate con efficacia già letale, ma ha proseguito anche dopo che i figli avevano fatto irruzione nella stanza, continuando o riprendendo a colpire Ferrera insieme a loro fino a raggiungere la certezza che fosse morto (o morente)".

La sentenza di primo grado: "Ucciso con 57 coltellate, ma non ci fu crudeltà"

"Nessuna provocazione e impensabile la legittima difesa"

E' in parte per questi motivi che alla donna non è stata concessa - come richiesto dalla sua difesa, rappresentata dagli avvocati Giovanni Castronovo e Maria La Verde, ma anche dal pg - l'attenuante della provocazione. Così come non si può, per i giudici, neppure lontanamente ammettere la legittima difesa nel caso dei figli, visto che "ad un uomo disarmato e già in partenza indebolito da gravi ferite (una delle quali in ipotesi già mortale) sono state inferte una cinquantina e passa di coltellate, in una sequenza rapsodica che non s'è fermata neppure quando la vittima ha tentato di sottrarsi alla furia della mortale aggressione con la fuga". Per la Corte "se una colluttazione vi fu tra Ferrera e i figli Mario e Vittorio scaturì solo dal disperato tentativo della vittima di parare i colpi e di sottrarsi all'aggressione con la fuga verso il corridoio, fuori da quella stanza trasformatasi in camera della morte".

L'ultimo sopruso: "Vieni a letto, sei una latrina"

Il contesto in cui maturò il delitto - l'uomo venne ucciso con ben 57 coltellate - è drammatico: Pietro Ferrera avebbe infatto sottoposto la sua famiglia ad ogni sorta di violenza per anni, costringendo la moglie persino ad avere rapporti con dei transessuali. Un testimone al processo ha detto della vittima: "Lui per 23 ore magari era buono e poi in un'ora diventa pazzo". La donna il giorno dell'omicidio si era finalmente convinta a presentare una denuncia contro il marito, anche se - come rilevano ancora i giudici - non sarebbe stata affatto convinta che questa avrebbe potuto essere la reale soluzione al suo calvario. Quella sera, nella casa di via Falsomiele in cui la famiglia viveva, l'ultimo sopruso di Ferrera: "Vieni a letto, sei una latrina" avrebbe detto infatti a Spataro, esigendo un rapporto sessuale. Un ordine al quale la donna avrebbe deciso di non soggiacere.

"Non credeva che la denuncia potesse risolvere il problema, lo voleva morto"

Per la Corte, però, la "motivazione - e la genesi - del gesto omicida" non sarebbe stato quest'ultimo scontro tra i due, ma "ha agito da grilletto proprio quella ragione addotta dalla stessa imputata: l'inutilità di una denuncia, che non sarebbe servita a preservarla da soprusi, violenze e vessazioni, ma anzi avrebbe peggiorato la situazione". Inoltre "quella sera Spataro non intendeva subire come aveva sempre fatto e tuttavia sapeva che un suo rifiuto avrebbe scatenato una reazione virulenta del marito. E questo senso di impotenza ha ravvivato in lei la sfiducia che un'eventuale denuncia potesse risolvere i problemi, suoi e della sua famiglia e il timore che potesse invece aggravare la situazione". Ecco perché avrebbe voluto la morte del marito e null'altro.

"A spingerla non fu la rabbia, ma l'impotenza, la frustrazione e la paura"

"Più che la rabbia poté il rifiuto di soggiacere alle voglie del marito-orco, unito al senso di impotenza e frustrazione, dalla paura della violenta ritorsione che il suo rifiuto avrebbe provocato nel marito e soprattutto la determinazione a farla finita una volta per tutte", dicono i giudici. Il gesto omicidia "non fu frutto dell'ennesima lite che pure aveva avuto con il marito prima che questi andasse a coricarsi", ma "il torto consisterebbe piuttosto nella reazione violenta che Ferrera avrebbe opposto ad un fermo rifiuto di sua moglie di soggiacere alle sue voglie. Un torto solo paventato - o addirittura erroneamente supposto - assai più che un torto effettivamente commesso dalla vittima ai danni dell'imputata". Ed è per questo che non può essere concessa l'attenunante della provocazione.

"Sì alle attenuanti per il passato doloroso degli imputati"

Tuttavia, i giudici hanno stabilito che per la donna, a differenza di quanto sancito dal giudice di primo grado, "le circostanze attenuanti vanno applicate col criterio della prevalenza e nella loro massima estensione, dovendosi ridurre di un terzo la pena base già inflitta" per il passato doloroso e il contesto in cui è avvenuto l'omicidio. Stesso ragionamento per Mario e Vittorio Spataro, che diedero vita ad "un bombardamento incrociato: una gragnuola simultanea di coltellate, provenineti da più parti certamente idonea a stroncare qualsiasi possibilità per la vittima di apprestare una difesa efficace e sottrarsi" al massacro. Che, afferma la Corte, non può rientrare nel quadro della legittima difesa.
 

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