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Venerdì, 26 Novembre 2021
Cronaca Falsomiele

Pusher ucciso a Pagliarelli: "L'imputato sparò convinto di eliminare anche i suoi problemi con la cocaina"

Le motivazioni della sentenza con la quale il ristoratore di Borgo Molara, Pietro Seggio, è stato condannato a 22 anni per l'omicidio di Francesco Manzella, avvenuto a marzo 2019: "Non sopportava più pressioni e umiliazioni dei suoi parenti perché smettesse di drogarsi". La prova per i giudici nelle chat con moglie e figlio poco prima del delitto

Uccidere il pusher, quel giovane diventato padre per la seconda volta da appena due mesi, per sbarazzarsi di tutte le difficoltà che la cocaina aveva determinato nella sua vita. Sparare un colpo alla tempia dello spacciatore nell'illusione di cancellare per sempre il vortice infernale in cui lo aveva trascinato la droga. E' questo, secondo la seconda sezione della Corte d'Assise, che avrebbe armato la mano di Pietro Seggio, titolare del ristorante "Antico Borgo" a Borgo Molara, la sera del 17 marzo del 2019, quando avrebbe ucciso Francesco Manzella, 34 anni, di Falsomiele, in via Costa, a due passi dal Pagliarelli. I giudici lo spiegano nelle 77 pagine con le quali motivano la condanna a 22 anni di carcere per l'omicidio, inflitta all'imputato lo scorso aprile, escludendo l'aggravante della premeditazione e riconoscendo anche la sua "scarsa capacità a delinquere".

L'arma del delitto mai ritrovata

La Corte, presieduta da Vincenzo Terranova (a latere Mauro Terranova), ha pienamente accolto la ricostruzione del procuratore aggiunto Ennio Petrigni e dei sostituti Giovanni Antoci e Giulia Beux, bocciando con toni decisi le consulenze della difesa, in particolare quella di Carmelo Lavorino. Anche se l'arma del delitto non è mai stata ritrovata - probabilmente si tratta di un revolver calibro 38 o 357 - nonostante il sequestro di un piccolo arsenale all'imputato (difeso dagli avvocati Giovanni Castronovo e Maria La Verde), appassionato di caccia e con regolare porto d'arma, ovvero 40 bossoli, una semiautomatica, un revolver 38 special Weihrauch, 7 fucili calibro 12, uno calibro 16 e uno calibro 9.

"Il debito di 700 euro è un movente accessorio"

Per i giudici il debito di 700 euro che l'imputato avrebbe avuto con la vittima e di cui si era parlato sin dalla fase delle indagini sarebbe infatti un movente "accessorio". Seggio si sarebbe sbarazzato di Manzella nel tentativo disperato di cancellare i gravi problemi di salute determinati dalla tossicodipendenza (come il suo palato completamente rovinato, che gli rendeva difficoltoso persino parlare), ma anche quelli economici (l'imputato ha ammesso di aver bisogno di un grammo di cocaina al giorno, spendendo circa 70 euro a dose, quindi 2 mila al mese) e soprattutto quelli con la sua famiglia: una moglie, un figlio poco più che adolescente e un padre che avrebbero pressato in tutti i modi perché smettesse di drogarsi.

"Voleva risolvere una volta per tutte i suoi problemi con la droga"

La sera prima dell'omicidio i parenti di Seggio avrebbero minacciato la vittima perché stesse lontano da lui e per i giudici "l'incontro in questione è stato l'evento che ha posto le basi della decisione dell'imputato di risolvere una volta per tutte il suo problema di tossicodipendenza che lo affligeva da anni e che negli ultimi mesi si era senz'altro aggravato sia dal punto di vista della salute ed economico che relativamente al deterioramento dei rapporti con gli stretti congiunti".

I messaggi "drammatici" con il figlio poche ore prima dell'omicidio

Solo qualche ora prima del delitto Seggio aveva scambiato una serie di messaggi ("drammatici", secondo i giudici) con il figlio: "Mi guardi con aria schifiata, non ti dimenticare che ti ho messo al mondo io, ieri non c'entro, puoi odiarmi quanto vuoi, io ti perdonerò e sai perché? Perché io amo i miei figli. Ti voglio bene". Il ragazzo gli aveva risposto: "Puoi stare tranquillo che lo so che mi hai messo al mondo, però la mia pazienza ha un limite, ora lo hanno sorpassato. Dato che i grandi non ci riescono, ora entro in gioco io e lo sai che non ho paura di niente, inoltre lo sai che ti guardo, come dici tu, con aria schifiata, è perché vedo che non hai voglia di uscirtene, le cose vanno solo a seccare, quindi finché non trovo un riscontro mi dispiace dirti che non avremo più il rapporto di prima". Seggio aveva quindi concluso: "Fai una cosa, io per il momento preferisco stare un po' da solo... scusa, non per ieri ma sono stanco, la vita continua, ti voglio bene, sono sicuro che non avrai nessun problema", ottenendo questa risposta dal figlio: "Sicuro c'è solo la morte, comunque fai come vuoi".

La chat con la moglie: "Non ho alternativa, ti faccio sapere che fine farò"

L'imputato, poco dopo le 20, aveva quindi scritto anche alla moglie: "Sei stata capace di farmi odiare dai miei figli, prego a Dio che devono trattarti come meriti, senza motivo, purtroppo non ho alternativa, ti faccio sapere che fine farò e dove". 

"Era esasperato dalla sua tossicodipendenza"

"Quello che più incideva sui comportamenti dell'imputato - scrivono i giudici - è certamente costituito dalle pressioni che riceveva dai più stretti congiunti con particolare riferimento alla moglie, al figlio e al padre. L'istruttoria dibattimentale ha ampiamente dimostrato che l'imputato era esasperato dalla sua condizione di tossicodipendenza e dall'incapacità di trovare la via della disintossicazione che era sempre più necessaria viste le sue condizioni di salute e tale stato d'animo ha subito un crescendo fino a trovate il suo culmine la sera dell'omicidio".

"Uccidere il pusher per uscire dal tunnel"

E, dice ancora la Corte: "La decisione di eliminare una volta per tutte quello che l'imputato in quel momento vedeva come il maggiore ostacolo per uscire dalla sua condizione di tossicodipendenza e non solo: Francesco Manzella. E non può in nessun modo considerarsi una coincidenza che, dopo poco più di tre ore dal drammatico messaggio alla moglie, Seggio, in ciò facilitato dall'allentamento dei freni inibitori determinato dall'abuso di cocaina, ucciderà Manzella. Ed ecco allora individuato il movente dell'omicidio: la vittima è stata uccisa perché la sua eliminazione era considerata dall'imputato come l'unica via per uscire dallo stato di prostrazione causato dalla cocaina e dalle umiliazioni cui era sottoposto di fronte ai suoi famigliari".

"Il delitto come liberazione"

Il debito di 700 euro con la vittima ("che deve considerarsi sicuramente esistente come emerge inequivocabilmente dai messaggi scambiati dai due" il mese prima) sarebbe invece un "movente accessorio": "Tale debito di per sé non proibitivo rappresentava tuttavia la spia delle difficoltà economiche in cui versava Seggio, costretto a sostenere la spesa mensile di almeno 2 mila euro per l'approvvigionamento della cocaina. Anche per questo verso l'eliminazione di Manzella, nella speranza di una disintossicazione, rappresentava una liberazione dal peso economico che iniziava a diventare insostenibile soprattutto nei confronti dei famigliari".

"Le telecamere hanno inquadrato la macchina dell'imputato"

Seggio ha fornito diverse versioni dei fatti e i giudici non esitano a parlare di "menzogne" riferendosi alle sue affermazioni. Ad incastrarlo "al di là di ogni ragionevole dubbio" ci sarebbero prima di tutto le telecamere che avrebbero ripreso la sua Panda color bronzo in tre punti che collegano la sua pizzeria al luogo del delitto in orari perfettamenti compatibili con l'omicidio (avvenuto intorno alle 23.40). Il consulente Lavorino ha cercato di smontare la ricostruzione della polizia, sostenendo che l'auto avrebbe dovuto spostarsi ad oltre 377 chilometri orari, percorrendo un chilometro e 700 metri in 19 secondi. La Corte, con una serie di semplici calcoli, ha però completamente stroncato questa tesi.

"Il consulente della difesa ha voluto suggestionare la Corte"

Lavorino ha poi sostenuto che quella Panda non poteva essere quella di Seggio basandosi sul tagliando dell'assicurazione posizionato sul vetro anteriore: "Ha tentato di suggestionare la Corte", si legge nelle motivazioni della sentenza, ricorrendo anche "a un fotomontaggio". Le immagini, riprese di notte, renderebbero infatti impossibile l'individuazione di un dettaglio così piccolo.

"Polvere da sparo sui vestiti del ristoratore"

L'arma non è stata ritrovata, non si può chiarire si a sparare sia stato un mancino, come è Seggio, ma di certo per i giudici sugli indumenti dell'imputato sarebbero state trovate tracce di polvere da sparo e non vi sarebbe alcun dubbio, quindi, anche in assenza di piste alternative, che ad impugnare la pistola quella sera sia stato proprio il ristoratore.

La difesa: "Sono uscito per incontrare una donna sposata"

Seggio durante il dibattimento, per giustificare i movimenti di quella sera, ha raccontato di essere uscito dalla pizzeria alle 23.15 e di esservi ritornato alle 23.45 per "una delle mie scappatelle". Avrebbe cioè incontrato una donna "sposata e della Molara" con la quale si sarebbe appartato. Una versione mai fornita prima e che, per i giudici non è credibile, visto che l'imputato "per non rovinare una famiglia" si è rifiutato di fornire il nome della presunta amante, perché "si tratta della mia vita privata e l'omicidio non c'entra".

"Orari e movimenti compatibili con il delitto"

Per i giudici, Seggio avrebbe avuto un appuntamento con Manzella quella sera, alle 23 (lo racconta la moglie della vittima). Lo avrebbe aspettato in via Costa e appena la vittima era arrivata, quando la sua macchina era ancora accesa ed aveva aperto lo sportello per scendere, gli avrebbe sparato alla testa. Poi sarebbe tornato in pizzeria dove avrebbe ripreso il suo pc (la cui ultima attività sarebbe un accesso su Facebook intorno alle 23.10) a mezzanotte e 7 minuti. Secondo la Corte, orari e movimenti sarebbero perfettamente compatibili con l'omicidio e la difesa non avrebbe portato argomenti convincenti per scagionare l'imputato.

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