Omicidio Fragalà, il giallo del video: spunta un uomo con il bastone

Sono stati gli avvocati di Francesco Arcuri, uno degli arrestati, a scoprire quei pochi frame catturati dalla telecamera che i carabinieri hanno sistemato in via Volturno, davanti al bar di Porta Carini, per un'inchiesta sulle famiglie del mandamento del Capo

Il frame con l'uomo con il bastone

Ore 20:38 del 23 febbraio 2010. Un uomo con un bastone in mano passa davanti alla telecamera che i carabinieri hanno sistemato in via Volturno, davanti al bar di Porta Carini per un'inchiesta sulle famiglie del mandamento del Capo. Appena due minuti prima, a pochi passi, in via Turrisi, l'avvocato Enzò Fragalà viene selvaggiamente pestato. Siamo nei pressi del Palazzo di Giustizia. A pochi metri c'è l'ingresso dello studio del legale catanese.

Chi era quell'uomo con il bastone in mano? Sono stati gli avvocati di Francesco Arcuri, uno degli imputati dell'omicidio, a scoprire quei pochi frame. L'obiettivo adesso è di smontare la ricostruzione dell'accusa. Il pubblico ministero non si è opposto all'acquisizione del video. La Corte dovrà esprimersi. Oltre a Francesco Arcuri al momento sono coinvolti nel processo Antonino Siragusa, Salvatore Ingrassia, Antonino Abbate, Paolo Cocco e Francesco Castronovo.

Per gli avvocati di Arcuri l'altra incongruenza della ricostruzione dell'accusa sarebbe legata alle testimonianze relative al passaggio dei due aggressori in sella ad uno scooter, proprio in quel tratto di strada. La telecamera che ha filmato l'uomo con il bastone, però, non ha registrato il passaggio dello scooter.

L’omicidio Fragalà rischiò di restare senza colpevoli dopo l’archiviazione disposta nel gennaio 2015 dal gip. Poi sono arrivate le dichiarazioni del pentito Francesco Chiarello, ritenuto attendibile dalla Procura, il quale ha ricostruito tutte le fasi precedenti e successive al brutale pestaggio. Il noto penalista e politico catanese fu aggredito davanti al suo studio la sera del 23 febbraio 2010 nei pressi del Tribunale e, dopo alcuni giorni di coma, morì a causa delle gravissime lesioni riportate alla testa. Da quello che è emerso, Fragalà avrebbe assunto una linea professionale in relazione alla quale i suoi assistiti, soprattutto quelli coinvolti in procedimenti di mafia, erano invitati a tenere una linea di sostanziale apertura verso la magistratura. Da qui l'obiettivo di piegare la condotta professionale del penalista, per rispetto nei confronti di Cosa nostra e per mandare un messaggio intimidatorio nei confronti dell'intera avvocatura palermitana. In manette - nel marzo 2017 - finirono Francesco Arcuri, Antonino Abbate, Salvatore Ingrassia, Antonino Siragusa, Paolo Cocco e Francesco Castronovo.

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Lo spartiacque della vicenda risale tra il luglio del 2013 e il gennaio del 2014 quando, all'interno del carcere di Parma, sono stati intercettati due distinti colloqui tra quello che era il capomafia di Porta Nuova, Giuseppe Di Giacomo e il fratello ergastolano, Giovanni Di Giacomo. Durante queste conversazioni è emerso chiaramente come i due boss sapessero che i killer di Fragalà fossero affilliati al mandamento di Porta Nuova e in particolare alla famiglia di Borgo Vecchio. Un'altra data importante è quella del 27 aprile 2015: Francesco Chiarello, del clan di Borgo Vecchio, manifesta la volontà di collaborare con la giustizia. Durante il primo interrogatorio ammette di essere a conoscenza delle modalità con cui è stato ucciso Fragalà. E indica gli autori dell'agguato: Arcuri, Abbate, Siragusa e Ingrassia. Inoltre fa i nomi di Cocco, genero di Ingrassia, e Castronovo (gli ultimi due mai emersi fino ad allora nelle indagini).

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