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Martedì, 17 Maggio 2022
Cronaca Tribunali-Castellammare / Via dei Cassari

Emanuele Burgio ucciso a colpi di pistola alla Vucciria, la Procura contesta pure l'aggravante mafiosa

Il movente del delitto, premeditato per i pm e avvenuto in via Cassari, la sera del 31 maggio scorso, resta quello legato ad una serie di screzi tra la vittima e i tre indagati, Matteo, Domenico e Giovanni Battista Romano. Ma le modalità ed il contesto, secondo l'accusa, sarebbero prettamente legati a Cosa nostra

Non solo la premeditazione, la Procura contesta anche l'aggravante mafiosa per l'omicidio di Emanuele Burgio, il giovane assassinato a colpi di pistola in via Cassari, alla Vucciria, la sera del 31 maggio dell'anno scorso. Il dato emerge dall'avviso di conclusione delle indagini che è stato notificato in questi giorni, come anticipato da PalermoToday, ai fratelli Matteo e Domenico Romano e al figlio del secondo, Giovanni Battista.

Secondo il procuratore aggiunto Paolo Guido ed i sostituti Giovanni Antoci e Gaspare Spedale, il delitto sarebbe infatti maturato comunque in un contesto di prevaricazione tipicamente mafioso, anche per le modalità con cui era avvenuto. Peraltro, Matteo e Domenico Romano sono fratelli di Davide Romano, il boss di Borgo Vecchio ritrovato incaprettato il 6 aprile 2011 nel bagagliaio di una Fiat Uno abbandonata in via Titone, una traversa di corso Calatafimi. A sua volta Burgio (che era imputato in un processo per droga quando venne ucciso), 25 anni, era figlio di Filippo, condannato in via definitiva proprio per mafia perché in un suo negozio erano stati rinvenuti alcuni pizzini del boss di Pagliarelli Gianni Nicchi.

Il movente, rispetto a quanto già emerso dalle prime indagini della squadra mobile, non è cambiato: sarebbe sempre legato ad uno scontro tra Giovanni Battista Romano ed un parente della vittima, dopo un piccolo incidente stradale avvenuto qualche giorno prima dell'omicidio. Un fatto in sé banale, ma che avrebbe scatenato un putiferio: Burgio sarebbe andato a cercare i Romano e le cose non sarebbero degenerate solo per la mediazione di un'altra persona.

Le intercettazioni: "Ho comprato la pistola ieri e mi sono andato a rovinare!"

Lo scontro era invece finito nel sangue il 31 maggio, quando i Romano erano andati alla Vucciria, dove la famiglia di Burgio gestisce la trattoria "Zia Pina". Come documentato dalle immagini di alcune telecamere di sorveglianza, ci sarebbe stata una discussione molto animata e poi Giovanni Battista Romano avrebbe preso la pistola che teneva dietro la schiena e l'avrebbe passata allo zio Matteo che materialmente avrebbe aperto il fuoco contro Burgio, che aveva inutilmente tentato di fuggire.

Soltanto Domenico Romano aveva deciso di fornire una sua versione dei fatti al gip Piergiorgio Morosini, durante l'udienza di convalida del fermo (scattato poche ore dopo il delitto). L'indagato aveva negato ogni premeditazione e spiegato che Burgio, appassionato di boxe, sarebbe stato un violento ("se non mandava cinque persone in ospedale ogni sera non se ne saliva") e che, nonostante lui stesso si sarebbe posto nei suoi confronti con "sottomissione", la lite era degenerata. Romano ha detto di non sapere neppure della pistola e sostenuto che la vittima avrebbe minacciato lui e i suoi parenti dicendo "vi devo scippare la testa e poi ci devo giocare a pallone". 

"Se dobbiamo fare una cosa del genere (si riferiva all'omicidio, ndr) non andiamo lì, con 200 mila persone e 300 mila telecamere monitorate a 360 gradi, con i nostri motori e cose...", cercando cioè di escludere anche così l'ipotesi che il delitto potesse essere premeditato. La Procura è di un altro avviso e si appresta a chiedere il rinvio a giudizio dei tre.

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