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Martedì, 25 Giugno 2024
Cronaca Tribunali-Castellammare / Via dei Cassari

Omicidio Burgio, la difesa degli imputati: "E' stato lui a provocarci, noi non volevamo ucciderlo"

Dopo la richiesta di condanna all'ergastolo per i fratelli Matteo e Domenico Romano, nonché per il figlio di quest'ultimo Giovanni Battista, la parola è passata ai loro avvocati. Il delitto, avvenuto il 31 maggio del 2021 alla Vucciria, non sarebbe né premeditato né aggravato dal metodo mafioso

Dopo la richiesta di condanna all'ergastolo formulata dalla Procura in relazione all'omicidio di Emanuele Burgio, avvenuto al culmine di una lite in via dei Cassari, alla Vucciria, il 31 maggio del 2021, stamattina in Corte d'Assise la parola è passata ai difensori dei tre imputati, i fratelli Domenico e Matteo Romano, nonché il figlio di quest'ultimo, Giovanni Battista. E la ricostruzione fornita ai giudici dagli avvocati Giovanni Castronovo, Raffaele Bonsignore e Vincenzo Giambruno, è molto diversa da quella prospettata dell'accusa.

Per i difensori, intanto, non sussisterebbero né l'aggravante della premeditazione né quella del metodo mafioso, contestazioni che avevano di fatto impedito ai tre di accedere al rito abbreviato. Sarebbe invece pienamente ravvisabile l'attenuante della provocazione per accumulo. Se la Corte presieduta da Sergio Gulotta accoglierà queste tesi, non solo gli imputati potrebbero ottenere lo sconto di un terzo previsto con il rito alternativo, ma comunque condanne molto più lievi dell'ergastolo e, nel caso di Domenico Romano - l'unico che ha pure chiesto scusa in aula - persino l'assoluzione.

La confessione: "Burgio voleva scipparci la testa e mio fratello ha sparato"

Se secondo il procuratore aggiunto Paolo Guido ed i sostituti Gaspare Spedale e Giovanni Antoci l'omicidio sarebbe stato attentamente pianificato e maturato in un contesto mafioso, anche per questioni legate alla gestione dello spaccio alla Vucciria, per gli avvocati la storia sarebbe andata diversamente: i Romano avrebbero passato buona parte della serata in casa e solo sul tardi avrebbero deciso di uscire a bere qualcosa, andando prima alla Magione, dove però avrebbero trovato il locale prescelto chiuso. Solo in quel momento avrebbero dunque stabilito di andare alla Vucciria, segno che non avrebbero avuto l'intenzione di cercare Burgio. Non solo: non sarebbero stati loro ad avvicinares successivamente la vittima, ma Burgio a chiamarli e minacciarli, prendendosela con Giovannui Battista per uno specchietto rotto in un banalissimo incidente avvenuto qualche giorno prima.

Secondo le difese, visti i toni pesanti utilizzati da Burgio ("ti faccio fare la fine di tuo fratello", avrebbe detto, riferendosi a Davide Romano, il boss del Borgo trovato incaprettato in una Fiat Uno il 6 aprile del 2011 nella zona di corso Calatafimi), la discussione sarebbe degenerata. Domenico - sostiene la sua difesa - avrebbe cercato in tutti i modi di calmare le acque, arrivando a supplicare Burgio di lasciar stare e rendendosi disponibile a fargli chiedere scusa da chiunque avesse sbagliato. Ma non ci sarebbe stato nulla da fare.

Le parentele ingombranti di vittima e imputati

Giovanni Battista aveva portato una pistola con sé, non lo ha negato, ma soltanto perché temeva di avere problemi con la vittima: avrebbe voluto ipoteticamente usarla soltanto in caso di necessità e comunque per sparare alle gambe, non certo per uccidere. Dai video ripresi in via dei Cassari si vede che il giovane tira fuori l'arma. Secondo i pm, la passa allo zio Matteo, che a sua volta apre il fuoco. Per gli avvocati, invece, Giovanni Battista non avrebbe agevolato l'arma, ma sarebbe stato l'altro imputato, per paura che sparasse, a togliergliela. E, visto che Burgio non si sarebbe calmato, aveva effettivamente premuto il grilletto. Per un "raptus" e, soprattutto - come sostengono ancora gli avvocati - perché provocato.

La provocazione "per accumulo" di cui parlano i difensori sarebbe legata al fatto che alcuni anni prima del delitto Matteo Romano sarebbe stato picchiato da Emanuele Burgio, che meno di una settimana prima ad avere pesanti discussioni con lui sarebbe stato invece Giovanni Battista e, infine, anche al fatto che durante la lite della tragica sera del 31 maggio di due anni fa, la vittima avrebbe fatto riferimento all'uccisione del parente degli imputati, Davide Romano. Tutti elementi che avrebbero determinato la reazione degli imputati.

Le intercettazioni: "Ho comprato la pistola ieri e mi sono rovinato"

I difensori negano poi che Cosa nostra possa c'entrare qualcosa nel delitto. Se è vero che sia i Romano sono imparentati con mafiosi e che lo stesso Burgio era figlio di Filippo, condannato per aver favorito la latitanza del boss Gianni Nicchi, nessuno di loro però ha precedenti di questo tipo. Non solo: l'ipotesi di un conflitto tra le due famiglie per la gestione dello spaccio non sarebbe supportata da nessuna prova.

Alla fine è stato chiesto di condannare eventualmente per l'omicidio soltanto Matteo Romano che materialmente ha sparato, ma comunque senza le aggravanti e, anzi, concedendogli l'attenuante della provocazione per accumulo, di ritenere nella peggior delle ipotesi sussistente nei confronti di Giovanni Battista soltanto il porto abusivo di arma da fuoco e di assolvere pienamente Domenico Romano, che avrebbe l'unica colpa non di aver concorso nel delitto ma di essersi trovato lì insieme ai suoi famigliari. Il processo è stato rinviato all'inizio di giugno, quando dovrebbe arrivare anche la sentenza.

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