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Domenica, 22 Maggio 2022
Cronaca Libertà / Via Antonino Pecoraro Lombardo

Strangolò e uccise la moglie che voleva lasciarlo: un cuoco dovrà scontare 30 anni di carcere

La Cassazione conferma la condanna di Naili Moncef per l'omicidio di Elvira Bruno, avvenuto il 17 aprile 2019. L'imputato, che raccontò di aver ammazzato la donna perché lei l'avrebbe respinto, è riuscito ad accedere all'abbreviato: commise il delitto due giorni prima che entrasse in vigore la legge che ha escluso questa possibilità

I poliziotti la trovarono vestita, nascosta sotto una coperta, senza vita. A strangolare Elvira Bruno, 51 anni, la mattina del 17 aprile del 2019, fu suo marito Naili Moncef, un cuoco di origine tunisina, dal quale la donna si stava separando, che dopo aver fumato un paio di sigarette e bevuto un caffè aveva lui stesso chiamato il 113 dicendo che aveva appena ammazzato la donna. Adesso per lui la condanna a 30 anni di carcere, rimediata con il rito abbreviato, diventa definitiva: la Cassazione ha infatti dichiarato inammissibile il suo ricorso.

La sentenza emessa a febbraio del 2020 dal gup Walter Turturici ha quindi retto integralmente in tutti i gradi di giudizio. Nel processo si erano costituiti parte civile i parenti della vittima, a cominciare dai suoi figli, e l'associazione "Le Onde", rappresentati dagli avvocati Enrico Tignini, Dario Gallo, Rosalia Caramazza e Maddalena Giardina, ai quali sono stati riconosciuti complessivamente poco più di 80 mila euro di provvisionale.

Moncef era riuscito ad accedere al rito alternativo (evitando quindi l'ergastolo) soltanto perché commise il delitto due giorni prima dell'entrata in vigore della norma che ha stabilito che nel caso di reati puniti con l'ergastolo non sia più possibile ricorrere all'abbreviato ed ottenere benfici e sconti di pena.

Le indagini sul delitto, che avvenne nella casa che la coppia condivideva in via Antonino Pecoraro Lombardo, vicino alla stazione Notarbartolo, furono coordinate dal procuratore aggiunto Annamaria Picozzi e dal sostituto Federica La Chioma, che individuarono il movente nel desiderio di indipendenza della vittima, che lavorava come badante. Elvira Bruno ha pagato con la vita la scelta di lasciare il marito e la voglia di essere libera, autonoma anche economicamente.  I pm contestarono anche l'aggravante dei futili motivi (che non ha retto però sin dal primo grado) all'imputato, ritenendo che Moncef avrebbe ammazzato la moglie per questioni economiche: lei lavorava e portava avanti la famiglia, mentre lui era rimasto senza un'occupazione.

L'imputato agli inquirenti raccontò un'altra storia. Parlò infatti di un rapporto sereno con la moglie, ammettendo soltanto che gli sarebbe pesato il fatto di non conoscere le persone che da badante assisteva anche di notte. Inoltre aveva spiegato che quella mattina, dopo aver visto la donna uscire dalla doccia solo con un asciugamano addosso, si sarebbe avvicinato e l'avrebbe sfiorata. Elvira Bruno, però - sempre a dire dell'imputato - lo avrebbe respinto brutalmente, graffiandolo anche, e dicendogli che non avrebbe mai più dovuto toccarla. Per questo Moncef avrebbe stretto le mani intorno al collo della moglie, fino ad ucciderla.

Questa versione, in prima battuta, aveva convinto l'allora gip Fabrizio Molinari che al momento dell'arresto dell'imputato gli aveva riconosciuto infatti l'attenunante della provocazione. La Procura non ha invece mai creduto alle dichiarazioni del cuoco perché prive di riscontri: la vittima, per esempio, fu ritrovata completamente vestita e l'asciugamano di cui ha parlato Moncef non è stato mai ritrovato. Inoltre i rapporti tra i coniugi, secondo l'accusa, sarebbero stati tutt'altro che sereni, tanto che la vittima era intenzionata a separarsi, come hanno confermato i figli avuti da un precedente matrimonio.

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