Figlia morta dopo il Gratta e vinci perdente: chiesta condanna a 6 anni per la mamma infermiera

"Se vinciamo mille euro non ci ammazziamo": sarebbe stato questo il patto tra le due donne, così disperate da aver affidato la loro vita ad un biglietto. I fatti avvennero all'Hotel Archirafi di via Lincoln. Era la sera del 19 luglio 2014. Ora la richiesta della Procura

"Se vinciamo mille euro non ci ammazziamo", sarebbe stato questo il patto di Anna ed Elisabetta Cipresso, madre e figlia, così disperate da aver affidato la loro vita ad un gratta e vinci. Il biglietto si era rivelato perdente e così la madre, 67 anni, avrebbe fatto un'iniezione di farmaci alla figlia, uccidendola, e poi aveva tentato il suicidio in una stanza dell'Hotel Archirafi di via Lincoln. Era la sera del 19 luglio 2014 e ora la Procura ha chiesto una condanna a 6 anni di carcere per Anna Cipresso, a cui viene contestato il reato di omicidio del consenziente, ovvero di aver ammazzato la figlia che glielo chiedeva.

Il sostituto procuratore Renza Cescon ha anche chiesto al gup Giuliano Castiglia, davanti al quale il processo si sta svolgendo con il rito abbreviato, di non tener conto di una perizia che in passato aveva sancito l'incapacità di intendere e di volere dell'imputata, ex infermiera del reparto di Oculistica del Civico, all'epoca dei fatti. 

La tesi del vizio di mente, derivante da una "follia a due" che madre e figlia avrebbero condiviso, è invece proprio quella sostenuta dalla difesa della donna, rappresentata dall'avvocato Antonio Cacioppo. 

Il corpo di Elisabetta Cipresso venne ritrovato senza vita in una stanza dell'albergo mentre la madre, sporca di sangue dopo aver tentato il suicidio, avrebbe chiesto aiuto al personale. La donna venne fermata e poi rilasciata. Era stata lei a raccontare agli inquirenti dei gratta e vinci e delle difficoltà che avrebbe attraversato in quel periodo. Le due donne, peraltro, avevano già tentato il suicidio, minacciando di dare fuoco alla loro abitazione di via Ughetti, dalla quale erano state poi sfrattate. Erano state aiutate da alcuni parenti e infine, quel 19 luglio di sei anni fa erano arrivate nella struttura di via Lincoln.

Avevano comprato dei biglietti della lotteria (nella stanza ne furono ritrovati tanti, assieme a numerose confezioni di farmaci) con la speranza di poter cambiare vita. Ma la fortuna non le aveva assistite e avrebbero dunque preso la decisione di uccidersi. Anna Cipresso aveva spiegato che la figlia si sarebbe ammazzata da sola e che lei “per amore, per accompagnarla nel suo percorso, per non restare sola” aveva deciso a sua volta di uccidersi.

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Per l'accusa, invece, sarebbe stata l'imputata ad iniettare del Propofol, un anestetico. Si tratta di un farmaco con effetto quasi immediato, infatti: la vittima non avrebbe quindi potuto iniettarselo da sola, perché - vista la dose massiccia assunta - avrebbe perso i sensi prima di concludere l’operazione. L’autopsia però non è riuscita a fornire certezze da questo punto di vista.

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