Lunedì, 27 Settembre 2021
Cronaca Palazzo Reale-Monte di pietà

L'omicidio del fruttivendolo al Capo, condanne definitive: "Non furono usate modalità mafiose"

Calogero Piero Lo Presti, nipote del boss di Porta Nuova, e Fabrizio Tre Re dovranno scontare 20 anni di reclusione ciascuno per l'uccisione di Andrea Cusimano, avvenuta tra le bancarelle del mercato il 26 agosto del 2017. La Cassazione ha ritenuto infondati i ricorsi dei due imputati

La vittima aveva fatto il "malandrino" e gli aveva dato "una timpulata", cioè si era permessa di schiaffeggiarlo. E' per questo che Calogero Piero Lo Presti, nipote dell'omonimo boss di Porta Nuova, aveva rincorso il fruttivendolo Andrea Cusimano tra le bancarelle del mercato del Capo, gli aveva sparato e l'aveva ucciso. Un omicidio avvenuto alle 8 del 26 agosto del 2017, al culmine di una serie di liti tra le due famiglie, che portò subito all'arresto del responsabile, grazie alla prontezza di due carabinieri in borghese che si trovavano da quelle parti. Adesso la condanna a 20 anni di carcere, inflitta con il rito abbreviato, è diventata definitiva sia per Lo Presti che per un suo parente, Fabrizio Tre Re, che fu bloccato in un secondo momento.

La prima sezione della Cassazione, presieduta da Mariastefania Di Tomassi ha infatto rigettato, ritenendoli infondati, i ricorsi dei due imputati. Per i giudici il delitto non fu premeditato e non fu commesso con modalità mafiose, come invece era stato stabilito dal gup in primo grado, a settembre del 2018. Già in appello, col verdetto emesso il 25 settembre del 2019, l'aggravante era stata esclusa.

La mattina del 26 agosto del 2017, prima dell'omicidio commesso con una Lebel calibro 8, c'era già stata una discussione molto animata tra Lo Presti e la vittima: Cusimano aveva schiaffeggiato l'imputato che, a sua volta, lo aveva ferito al collo con una coltellata. Poi Lo Presti era tornato armato e aveva eliminato l'avversario. Ad attenderlo, non lontano da Porta Carini, c'era Tre Re che, con la sua Smart, avrebbe dovuto aiutarlo a fuggire. Invece erano intervenuti prima i carabinieri che, nel bloccare Lo Presti, erano rimasti pure feriti. Tre Re aveva fatto perdere le sue tracce ed era stato individuato successivamente grazie alle immagini riprese da alcune telecamere di sorveglianza.

Le intercettazioni: nonna Teresa svela i restroscena dell'omicidio

Le intercettazioni avevano consentito di ricostruire il clima di tensione tra le famiglie Cusimano e Lo Presti. Era emerso come la sera prima dell'omicidio, ci fosse stata una lite tra il padre di Lo Presti e il fruttivendolo: anche in questo caso Cusimano aveva schiaffeggiato l'avversario. Un altro elemento a sostegno dell'accusa era arrivato durante la permanenza in carcere dei due imputati, quando Tre Re aveva mandato una lettera al nipote per concordare una linea difensiva che escludesse una sua complicità nel delitto.

Il documento venne sequestrato il 19 ottobre 2017: "Tu sei sceso mentre io stavo per parcheggiare a doppia fila - scriveva Tre Re in un italiano sgangherato - tu hai sparato, io ho sentito i colpi e ho scappato (...) ma io ero all'oscuro che tu avevi la pistola. Ok digli questo che c'è scritto, ascoltami che non sono cose male non fare la testa di minchia. Ok e tu a colloquio devi ripetere sempre che hai consumato a me che ero all'oscuro di tutto, ripetilo che loro lo registrano".

La difesa di Lo Presti in Cassazione chiedeva, tra le altre cose, che venisse riconosciuta all'imputato l'attenuante della provocazione, perché Cusimano, prima di essere ucciso, avrebbe minacciato l'imputato con un coltello "spingendolo, spaventato e alterato dall'alco, a sparare d'impeto". L'avvocato chiedeva inoltre la concessione delle attenuanti generiche, visto il contesto di tensione in cui era maturato l'omicidio. Istanze che la Suprema Corte ha bocciato.

La difesa di Tre Re puntava invece a dimostrare, tra l'altro, che l'imputato non sarebbe stato consapevole delle intenzioni omicide di Lo Presti e che il suo concorso nell'uccisione del fruttivendolo non sarebbe stato provato. I giudici hanno respinto queste ipotesi, anche perché Tre Re era stato sempre con il nipote quel giorno e "appare a dir poco inconcepibile - come avevano scritto i giudici di appello - che Lo Presti, pur animato da un irrefrenabile desiderio di vendetta (...) abbia potuto mantenere il silenzio più assoluto sull'argomento centrale, ossia su quali fossero le sue effettive intenzioni non comunicando nulla al Tre Re nemmeno nel momento topico in cui ha deciso di fare 'il salto di qualità', ossia armandosi per uccidere quel giovane (...) che si era permesso di 'fare il malandrino' dandogli la 'timpulata'".

Nelle foto gli imputati Calogero Piero Lo Presti e Fabrizio Tre Re

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