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L'imputato, Naili Moncef

L'imputato, Naili Moncef

"Mi ha respinto e l'ho strangolata", confermati trent'anni al cuoco tunisino che uccise la moglie

Fu lo stesso imputato, Naili Moncef, a chiamare la polizia la mattina del 17 aprile del 2019 e a confessare di aver ammazzato Elvira Bruno, dopo la richiesta di un rapporto sessuale che la donna aveva rifiutato. Il delitto avvenne in via Pecoraro Lombardo. I due si stavano separando

Trent'anni di carcere. Questa è la condanna che dovrà scontare Naili Moncef, cuoco di origine tunisina, che il 17 aprile di due anni fa ammazzò la moglie, Elvira Bruno, strangolandola nell'abitazione che condividevano in via Pecoraro Lombardo, dietro alla stazione Notarbartolo. A deciderlo è stata la Corte d'Assise d'Appello, che ha integralmente confermato la sentenza già emessa in primo grado, con l'abbreviato, dal gup Walter Turturici, alla fine di febbraio dell'anno scorso. L'imputato era peraltro riuscito ad accedere al rito alternativo solo perché la legge che lo ha abolito per gli omicidi aggravati come questo era entrata in vigore il 19 aprile del 2019, cioè due giorni dopo il delitto.

I giudici hanno anche confermato le provvisionali riconosciute ai parenti della vittima, così come all'associazione "Le Onde", che si sono costituiti parte civile nel processo con l'assistenza degli avvocati Dario Gallo, Enrico Tignini, Rosalia Caramazza e Maddalena Giardina. Si tratta complessivamente di provvisionali per poco più di 80 mila euro.

Fu lo stesso imputato quella mattina a chiamare la polizia e a confessare di aver ucciso la moglie. Prima aveva steso una coperta sul suo cadavere, aveva preso un caffè e fumato un paio di sigarette. Secondo la ricostruzione del procuratore aggiunto Annamaria Picozzi e del sostituto Federica La Chioma, che avevano coordinato le indagini, Moncef avrebbe ammazzato la moglie per futili motivi e nello specifico per questioni economiche: lui era rimasto senza lavoro e sarebbe stata la vittima a portare avanti la famiglia, facendo la badante. Un'indipendenza e un ruolo che l'imputato non avrebbe mai digerito. L'aggravante, però, era caduta già in primo grado.

Moncef agli inquirenti aveva invece riferito di un rapporto sereno con la donna, gli sarebbe solo pesato di non conoscere le persone che la donna assisteva anche di notte. In più aveva spiegato che quella mattina, dopo aver visto la moglie uscire dalla doccia solo con un asciugamano addosso, si sarebbe avvicinato e l'avrebbe sfiorata. Elvira Bruno, però - sempre secondo la sua versione - lo avrebbe respinto brutalmente, graffiandolo e dicendogli che non avrebbe mai più dovuto toccarla. Sarebbe stata questa la molla che lo avrebbe portato a stringere la mani intorno al collo della donna e a ucciderla. Una versione che in prima battuta aveva convinto il gip Fabrizio Molinari che, al momento dell'arresto di Moncef, gli aveva riconosciuto l'attenuante della provocazione, facendo cadere l'aggravante dei futili motivi contestata dall'accusa.

La Procura non ha mai creduto al racconto dell'imputato, anche perché privo di riscontri: la vittima, per esempio, fu ritrovata completamente vestita e l'asciugamano di cui ha parlato l'uomo non sarebbe mai stato ritrovato. Per i pm, i rapporti tra i coniugi sarebbero stati tutt'altro che sereni e la donna - come hanno confermato anche i figli che aveva avuto da un precedente matrimonio - era intenzionata a separarsi dal cuoco.

Qui sotto l'uscita dalla squadra mobile dell'imputato, Naili Moncef, e accanto la vittima, Elvira Bruno.

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