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In aula le foto del neonato picchiato dai genitori, la difesa: "Nessuna traccia di lesioni"

Durante il processo d'appello a carico di una coppia già condannata per tentato omicidio, gli avvocati escludono le botte e ribadiscono la tesi della malattia congenita. Proiettate immagini che ritraggono il piccolo dalla sua nascita al giorno del ricovero in ospedale: sul corpo non ci sono lividi e graffi

In aula, davanti alla terza sezione della Corte d'Appello, sono state proiettate le immagini del bambino che, secondo la Procura, ad appena tre mesi sarebbe stato brutalmente picchiato dai genitori, tanto da provocargli diverse fratture in varie parti del corpo e danni cerebrali permanenti. In quelle foto, che ritraggono il piccolo sin dalla sua nascita, non c'è però alcun segno esterno di percosse, né un livido, né un graffio. Nulla. Eppure in primo grado, con il rito abbreviato, il gup Nicola Aiello aveva inflitto 10 anni di reclusione al padre 4 anni e 8 mesi alla madre, accusati di tentato omicidio.

La vicenda risale a molto tempo fa, quando ad agosto del 2013 il bambino fu portato all'ospedale dei Bambini perché vomitava e stava molto male. Dopo tutta una serie di accertamenti emersero delle fratture e si ipotizzò un caso di gravi maltrattamenti. La prima sentenza è stata emessa a giugno del 2017 e, sulla scorta di una perizia, il giudice ha ritenuto che effettivamente le lesioni sarebbero state provocate da percosse ed altre violenze. Una tesi che la difesa degli imputati, rappresentata dagli avvocati Alberto e Gioacchino Sbacchi, ha sempre respinto, documentando invece com il bambino avrebbe dei problemi congeniti, che avrebbero determinato sia le difficoltà cerebrali che quelle agli arti.

Oggi, mentre la Procura generale ha chiesto di confermare la condanna dei genitori, gli avvocati hanno ribadito, prove alla mano, come la ricostruzione dell'accusa non starebbe in piedi. Ed è per questo che davanti ai giudici stamattina sono state proiettate una serie di fotografie del piccolo, dal momento della sua nascita, a giugno 2013, fino al giorno precedente al ricovero in ospedale, per dimostrare non solo che i genitori ne avessero cura, ma che nessuna traccia di violenza emerge sul corpo del piccolo dalle immagini.

"Non è possibile - ha detto l'avvocato Alberto Sbacchi - che tutte quelle fratture siano state provocate in una sola notte e nessun testimone, nonostante il bambino sia stato visto da tantissime persone in quei pochi mesi di vita, si sia accorto di nulla". Le foto erano già a disposizione del primo giudice che, tuttavia, rigettò in tronco le tesi della difesa. In appello sono stati anche depositati gli esiti di alcuni accertamenti compiuti all'ospedale Bambin Gesù di Roma: i medici concludono - a differenza dei periti di primo grado - per un problema congenito del bambino, escludendo i maltrattamenti.

La difesa ha sottolineato inoltre che ancora prima del ricovero all'ospedale dei Bambini, il piccolo era stato visitato ben quattro volte dal suo pediatra ed era stato in ospedale per altri esami diverse volte, senza che nessuno ravvisasse però segni di maltrattamenti. Quando poi il bimbo era stato portato al Di Cristina, i segni delle fratture (secondo i medici risalenti nel tempo) erano venuti fuori soltanto dopo delle radiografie: il piccolo, cioè, non avrebbe presentato a prima vista alcuna ferita o lesione esterna tale da far sospettare botte e maltrattamenti.

Gli avvocati hanno contestato anche l'ipotesi contestata dalla Procura secondo cui il piccolo sarebbe stato scosso, cioè sbattuto con violenza: "Quando ciò avviene - ha detto l'avvocato Alberto Sbacchi - si registrano poi danni sia a carico del collo che della colonna vertebrale. Danni che al piccolo non furono mai diagnosticati nonostante tutti gli accertamenti compiuti. La verità - ha rimarcato - ed emerge anche dalle fotografie, è che a questo bambino non è mai stato torto un capello".

Contro gli imputati, oltre alla perizia, ci sono anche alcune intercettazioni. In una di esse il padre sostiene di volersi costituire "non sarei il primo innocente ad andare in carcere", afferma. Quando la moglie gli chiede: "E cosa dici?", lui risponde: "Dico ciò che hai detto tu nel coso dei carabinieri". L'uomo si riferisce alle iniziali dichiarazioni della donna, poi ritrattate, in cui sosteneva che quando il marito faceva addormentare il piccolo lo avrebbe sentito piangere e poi zittirsi alll'improvviso e che lui stesso le avrebbe fatto notare delle ferite sul corpo del bambino che però non avrebbero saputo spiegarsi. "Quando l'imputato dice di volersi costituire - ha spiegato Sbacchi - è disperato, non riesce più a sopportare la situazione in cui si trova, accusato di reati così gravi e dopo che il figlioletto gli è stato tolto. Non sa neanche cosa deve confessare, come emerge dall'intercettazione, semplicemente perché non ha fatto nulla".

Il processo è stato rinviato ad aprile e saranno i giudici a stabilire quale sia la verità: il piccolo, come dice l'accusa, è stato vittima di lesioni con una "genesi traumatica, eteroindotta, violenta", "non riconducibili al parto", ma provocate "da terzi in tempi diversi e non sono riconducibili a condizioni morbose preesistenti di natura genetica", oppure ha ragione la difesa e le fratture e i problemi cerebrali del bimbo sono invece "congeniti" e in nessun modo frutto di violenze e maltrattamenti?

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