"Falsificarono la cartella clinica dopo la morte di un neonato", rischiano il processo in tre

Dopo dieci anni di indagini e quattro richieste di archiviazione, fissata l'udienza preliminare per due ginecologhe e un'infermiera. Avrebbero modificato il documento dopo il decesso di un bimbo avvenuto nel 2010 alla clinica Candela. La difesa: "Tutto regolare"

Avrebbero falsificato la cartella clinica dopo la morte di un neonato, avvenuta nel 2010 alla clinica Candela, e ora - dopo dieci anni di indagini e ben quattro richieste di archiviazione - le ginecologhe Alessandra Cerrito e Carmelina Simonaro, assieme all'infermiera Giovanna Pollara, rischiano il processo. In seguito alla richiesta di rinvio a giudizio formulata dalla Procura generale (che a febbraio aveva avocato l'inchiesta) è stata fissata l'udienza preliminare davanti al gup Ermelinda Marfia per la metà di dicembre.

Il bambino nato morto

La vicenda inizia il 26 settembre del 2010, quando Samuela Lo Re, che allora aveva 29 anni, entra alla clinica Candela per partorire il suo primo figlio. Le cose non sarebbero andate per il verso giusto e la donna, assieme al marito, Francesco Conigliaro, avrebbe chiesto con insistenza un cesareo, ritenuto però non necessario dai medici. Il bambino era nato morto e così i suoi genitori (difesi dagli avvocati Nino Bullaro, Giuseppe Raimondi ed Alessandro Savoca) avevano presentato una denuncia.

Le modifiche alla cartella clinica

E' proprio in questo contesto che la Procura aveva disposto il sequestro della cartella clinica. In realtà, visto che nella struttura il documento era informatico, ne era stata stampata una copia. Secondo gli inquirenti, però, le due ginecologhe e l'infermiera avrebbero continuato a compilare e a modificare la cartella informatica fino a più di due giorni dopo il sequestro. Da qui era nata l'ipotesi di falso in atto pubblico. E, mentre il fascicolo per l'omicidio colposo del bambino era stato rapidamente archiviato (non erano emerse responsabilità a carico dei medici), l'inchiesta per il falso è rimasta invece in piedi per ben dieci anni: secondo l'accusa, nella cartella informatica sarebbero stati inseriti dati relativi anche ad un momento precedente alla morte del piccolo, come se vi fosse stata la volontà di nascondere elementi utili alle indagini per l'omicidio colposo.

Le quattro richieste di archiviazione

La Procura nel tempo ha però chiesto per ben quattro volte l'archiviazione di questo secondo fascicolo. Gli avvocati delle ginecologhe e dell'infermiera, Sergio Monaco e Salvatore Forello, hanno sempre sostenuto che la cartella era stata sequestrata il 26 settembre del 2010, ma la madre del bambino era invece rimasta in ospedale fino al 28: inevitabile che venissero aggiunti dei dati nel suo documento. Dati che, però, a dire della difesa, sarebbero stati poi tutti comunicati tempestivamente alla Procura: non vi sarebbe quindi alcun dolo nella condotta delle imputate. Il reato di falso in atto pubblico si prescrive comunque tra due anni e la durata abnorme della vicenda pesa sia alla famiglia che alle stesse imputate.

La perizia informatica

Uno dei gip che si è occupato della vicenda nel 2016 aveva disposto una perizia informatica, dalla quale era però emerso che "le osservazioni mediche ed infermieristiche erano state inserite nella cartella clinica solamente a parto avvenuto e con un ritardo che, rispetto al momento in cui sarebbero presuntivamente state eseguite, variava da due ore e un quarto a due giorni e mezzo". E proprio per questo il giudice aveva ordinato alla Procura di iscrivere nel registro degli indagati Cerrito, Simonaro e Pollara, sottolineando che "integra il reato di falso materiale in atto pubblico l'alterazione di una cartella clinica mediante l'aggiunta di un'annotazione, ancorché vera, in un contesto cronologico successivo e, pertanto, diverso da quello reale" e ancora che "né a tal fine rileva che il soggetto agisca per ristabilire la verità effettuale, in quanto la cartella clinica acquista carattere definitivo in relazione ad ogni singola annotazione".

L'avocazione dell'inchiesta

Nonostante tutto, nel 2018, la Procura ha nuovamente chiesto di archiviare il fascicolo. Da qui l'istanza della famiglia del bambino alla Procura generale di avocare l'inchiesta. Dopo proprie indagini, il procuratore generale Roberto Scarpinato ed il sostituto Maria Grazia Puliatti hanno infine chiesto il rinvio a giudizio delle ginecologhe e dell'infermiera. Sarà adesso il gup a decidere se rinviarle o meno a giudizio.


 

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