Martedì, 16 Luglio 2024
Cronaca

"Cesareo eseguito con ritardo, il bimbo nasce con una grave disabilità": risarcimento milionario

Il tribunale civile ha condannato l'ospedale Cervello a pagare oltre 954 mila euro al piccolo, che oggi ha 12 anni, e più di 268 mila euro ai suoi genitori. Come ricostruito dalle perizie i medici non si sarebbero accorti di un ritardo nella crescita del feto e decisero troppo tardi di far partorire la madre. Il neonato fu colpito da asfissia e adesso è invalido al 66%

Quel bambino prima ancora di nascere avrebbe avuto gravi problemi, a cominciare da un significativo ritardo nella crescita, ma né il ginecologo di fiducia né i medici dell'ospedale Cervello dove la madre, il 13 agosto del 2010, partorì con un cesareo d'urgenza - praticato peraltro con ritardo - avrebbero valutato correttamente la situazione e non avrebbero quindi messo in atto i monitoraggi necessari per evitare che il piccolo venisse al mondo con difficoltà e rimanesse vittima di un'asfissia neonatale che avrebbe poi determinato per lui un'invalidità del 66% . E' per questo che adesso, il giudice della terza sezione civile del tribunale, Giovanna Nozzetti, ha riconosciuto un maxirisarcimento sia al bambino, che oggi ha 12 anni, che ai suoi genitori per i danni patiti.

Il maxirisarcimento

Nello specifico, l'azienda ospedaliera Villa Sofia-Cervello è stata condannata a pagare 954.517 euro al piccolo e 134.249,08 euro ciascuno al padre e alla madre per un totale di un milione 223.015,16 euro, ai quali vanno sommati altri 21.296 euro per le spese di giudizio. Il giudice ha accolto integralmente la richiesta dell'avvocato Marco Passalacqua che assiste la famiglia e che nel 2020 aveva presentato il ricorso per accertare le lesioni permanenti del bambino ed ottenere un ristoro. L'ospedale ha invece sempre negato di avere responsabilità nell'accaduto, affermando di aver operato correttamente.

I ritardi al momento del parto

Durante un controllo avvenuto poco più di un mese prima del parto, con un'ecografia, il ginecologo di fiducia della mamma del piccolo aveva accertato un difetto di crescita del feto. Un problema apparentemente rientrato alla fine dello stesso mese, come certificato da un'altra ecografia. Il 12 agosto del 2010, in seguito ad una riduzione della quantità di liquido amniotico, la madre era stata ricoverata al Cervello dove era stato predisposto il parto per il giorno successivo. Dalle 10.05, però, aveva alla fine partorito con un cesareo d'urgenza dopo molte ore, alle 21.27, per via di una sofferenza fetale acuta. Il piccolo era rimasto vittima di asfissia ed era nato con gravi problemi.

La disabilità del bambino

Oggi il bambino ha 12 anni e ha delle difficoltà motorie sul lato destro del corpo, soffre di strabismo, ha un deficit di funzionalità intellettiva, ed è affetto da epilessia. Sottoposto a continua riabilitazione, ha comunque avuto uno sviluppo abbastanza regolare e parla correttamente. Cammina da solo, ma ha un'andatura irregolare.

"Fu una negligenza l'assenza di monitoraggio del feto"

Sono state compiute una serie di consulenze e, come scrive il giudice nella sentenza, "i periti hanno osservato che i feti con restrizione di crescita intrauterina sono ad alto rischio di ipossia e vanno per questo accuratamente monitorati". Riguardo ai medici del Cervello "hanno ravvisato una inadeguata valutazione dell'accrescimento fetale, la mancata verifica delle condizioni permittenti l'induzione del parto, la carenza/erronea impostazione del monitoraggio cardiotocografico, la ritardata esecuzione del taglio cesareo, che potrebbe trovare ulteriori concause in ulteriori asimmetrie della funzionalità della sala operatoria". Inoltre, il giorno della nascita "fu frutto di negligenza l'assenza di ogni tipo di monitoraggio manuale o strumentale, intermittente o continuo, dalle 18.20 alla nuova registrazione alle 20.18".

"I danni sarebbero stati evitati con un cesareo eseguito per tempo"

Ed è proprio in questo orario, le 20.18 di quel 13 agosto del 2010 che viene "individuato dai periti il momento critico - scrive ancora il giudice - in concomitanza con la segnalata decelerazione" del battito cardiaco. "In tale momento, alle 20.18, i sanitari avrebbero dovuto predisporre l'intervento di taglio cesareo permettendo la nascita del piccolo entro le 20.48. Nel caso di specie la nascita avvenne alle 21.27, configurandosi così un ritardo di 40 minuti rispetto all'orario auspicabile secondo le buone norme della pratica clinica che già consentono il suddetto intervallo di 30 minuti tra la decisione (ore 20.18) e l'espletamento (ore 20.48) del taglio cesareo".

Ecco perché, sempre secondo i periti "è ravvisabile un nesso di causalità tra la condotta negligente dei sanitari (medici ed ostetriche) del nosocomio palermitano e gli esiti a carico del piccolo. L'ipossia peri-partum, determinata dal ritardo di espletamento del parto" e dal fatto che il feto fosse più piccolo di quanto accertato "ha comportato un danno cerebrale neonatale con patologia respiratoria e settica. L'esecuzione del taglio cesareo 40 minuti prima di quanto fu effettivamente fatto sarebbe valsa a scongiurare il quadro patologico".

"Accertata la responsabilità dell'ospedale"

Il giudice sottolinea che "gli stessi consulenti dell'azienda sanitaria hanno riconosciuto che sin dalle ore 20.10 si erano registrate ripetute decelerazioni atipiche" e rimarca "l'errata opzione terapeutica che scelsero i sanitari per la stimolazione del parto", sottolineando che "si era in presenza di una discrepanza dell'accrescimento di circa 5 settimane, determinandosi non già un ritardo di crescita, bensì un vero e proprio arresto della crescita. La mancata registrazione della puntuale biometria fetale ha impedito una stima precisa del ritardo (o addirittura dell'arresto) della crescita fetale". Per questo "è stata accertata la sussistenza dei profili di negligenza e imperizia nell'operato dei sanitari del reparto di Ginecologia del Cervello, sia la relazione causale tra questi ultimi e le gravissime lesioni prodottesi nel piccolo".

"Il bambino soffrirà per tutta la vita"

Per quantificare il danno da risarcire al bambino nella sentenza si legge che "può presumersi una sofferenza interiore che gli deriva dalla consapevolezza delle proprie disabilità motorie e visive, dalla rinuncia allo svolgimento di alcune attività (specialmente sportive e di svago), dal sostegno nell'apprendimento scolastico, dal disagio di sottoporsi periodicamente, vita natural durante, a terapie riabilitative e accertamenti specialistici (anche fuori dalla regione), dalla percezione di una irrimediabile diversità dai suoi coetanei, che con ogni probabilità condizionerà le relazioni sociali e l'inserimento nel mondo lavorativo. Tenuto conto che l'errato trattamento sanitario è avvenuto al momento della nascita, del grado di invalidità permanente, circa il 66%". Per il piccolo l'azienda sanitaria dovrà dunque pagare 954.517 euro di danni.

"Sofferenza permanente anche per i genitori"

Per quanto riguarda i genitori "si può presumere, secondo un criterio di normalità sociale, che soffrano per le gravissime permanenti lesioni (generatrici di severe disabilità psicofisiche) riportate al momento della nascita dal figlio, che si sia determinato un rilevantissimo sconvolgimento degli assetti di vita, lavorativi, relazionali e affettivi, con serie ripercussioni nelle abitudini di ciascuno anche per le esigenze ineludibili di assistenza e accudimento, per il frequente ricorso a visite specialistiche e terapie (anche fuori dalla Sicilia). Non può inoltre trascurarsi - dice il giudice - che la coppia non ha generato altri figli, in quanto interamente assorbita dalle tante esigenze del piccolo". A loro l'ospedale dovrà così versare in tutto 268.498,16 euro.

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