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Venerdì, 20 Maggio 2022
Cronaca

"Non si accorse di una malformazione e la bimba morì appena nata": medico rinviato a giudizio

Il dirigente dell'Asp è accusato di omicidio colposo per il decesso di Nicole Costa, avvenuto il 24 maggio 2018. Nel marzo precedente l'imputato aveva eseguito un'ecografia e non avrebbe visto un'ernia diaframmatica. La Procura aveva chiesto l'archiviazione, ma grazie a una consulenza della famiglia era stata disposta l'imputazione coatta

Dall'ecografia non si sarebbe accorto di una grave malformazione del feto e così la piccola Nicole Costa, nata il 23 maggio del 2018 al Civico, era sopravvissuta al parto soltanto per un giorno. Adesso, dopo un percorso giudizario tortuoso, il gup Ermelinda Marfia ha rinviato a giudizio Alberto Agosta Cecala, ginecologo e dirigente medico dell'Asp, per la morte della neonata. Il processo per omicidio colposo inizierà a luglio davanti alla quarta sezione del tribunale monocratico.

La decisione del giudice deriva da quella adottata dal gip Claudia Rosini che, il 20 dicembre del 2020, aveva disposto l'imputazione coatta del medico, dopo aver respinto la richiesta di archiviazione formulata dalla Procura e accolto invece l'opposizione dei genitori della bambina, Valentina D'Anna e Franco Costa, difesi dall'avvocato Vincenzo Greco.

Secondo l'accusa, Agosta Cecala, il 26 marzo del 2018 eseguì l'ecografia del terzo trimestre della gravidanza. Non avrebbe però seguito le linee guida e non avrebbe neppure confrontato quelle immagini con il precedente esame, non accorgendosi quindi dell'ernia diaframmatica congenita della bambina. Non avrebbe per questo prescritto alcuna cura, come un intervento chirurgico di correzione, e - per la Procura - avrebbe determinato la morte della piccola.

In realtà, però, i consulenti nominati dal procuratore aggiunto Ennio Petrigni e dal sostituto Renza Cescon erano inizialmente arrivati a conclusioni ben diverse, tanto che i pm avevano chiesto di archiviare il fascicolo. Tommaso D'Anna, Emiliano Maresi e Antonio Luciano avevano infatti "escluso la sussistenza di profili di colpa nel comportamento dei sanitari (inizialmente c'erano altri due indagati, ndr) che ebbero in cura la madre della bambina, sia nel corso della gravidanza (al consultorio famigliare "Parisi" dell'Asp e in un ambulatorio al Civico) che nel momento del parto (al Civico)". 

"In realtà - così si legge nella richiesta di archiviazione - la piccola Nicole Costa era affetta da gravissima patologia, che non poteva essere diagnosticabile in fase prenatale". Per i consulenti "l'erniazione potrebbe essere avvenuta in epoca successiva tanto da non poter essere vista il 26 marzo del 2018", quando fu eseguita l'ecografia dall'imputato.

Il gip Claudia Rosini aveva respinto la richiesta, ritenendo "non meritevoli di condivisione" le conclusioni dei consulenti dell'accusa, confutate dagli esiti di una consulenza di parte affidata dalla famiglia della bambina a due medici di Roma, Giancarlo Oliva del Gemelli e Anita Romiti del Bambin Gesù. Il gip - disponendo l'imputazione coatta per Agosta Cecala - aveva scritto che dall'autopsia "era emerso che la crescita del polmone sinistro della bambina si fosse arrestata a uno stadio di sviluppo temporalmente collocabile intorno alla trentesima settimana e che, pertanto, alla seconda ecografia, del 3 gennaio 2018, non potesse evincersi alcunché". Tuttavia "in occasione della terza ecografia del 26 marzo la diagnosi della malformazione era possibile", ma non sarebbe stata invece rilevata.

La consulenza della parte offesa, rimarcava il giudice, smentirebbe l'assunto degli esperti nominati dalla Procura secondo cui "le ecografie eseguite non evidenziano segni diretti o indiretti della presenza dell'ernia diaframmatica" e "consente di confutare l'asserita impossibilità di diagnosticare la malformazione fetale già all'esame ecografico del secondo trimestre, eseguito il 3 gennaio 2018".

"Tanto basta - aveva concluso il gip - per ritenere possibile formulare tale diagnosi già all'epoca della seconda ecografia, dopo la quale, i genitori della neonata deceduta, ove prontamente resi edotti della circostanza, avrebbero potuto rivolgersi ad una struttura ospedialiera più specializzata ed attrezzata, sia per l'espletamento del parto che per l'immediata gestione post-natale. Donde l'aumento delle chance di sopravvivenza della neonata, che in questi casi avrebbe potuto raggiungere anche la soglia dell'80 per cento".

Dopo l'imputazione coatta, i pm hanno formulato la richiesta di rinvio a giudizio del medico e, al termine dell'udienza preliminare che si è svolta qualche giorno fa, il gup Ermelinda Marfia lo ha mandato a processo per omicidio colposo.

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