Neonata morta alla clinica Candela: "Cesareo praticato in ritardo", condannate in tre

Imputate due ginecologhe e un'ostetrica che, nel 2012, non si sarebbero accorte delle difficoltà cardiache della piccola: avrebbe potuto salvarsi se l'intervento fosse stato compiuto prima. L'inchiesta era stata inizialmente archiviata perché era stata analizzata la placenta sbagliata. Ai genitori 200 mila euro

Sarebbe bastato fare il cesareo appena 30 o 40 minuti prima per poter salvare la vita alla piccola Margherita che, invece, era nata alla clinica Candela in condizioni già disperate il 30 settembre del 2012 ed era stata dichiarata morta il giorno successivo. Adesso, a ben otto anni dai fatti, il giudice monocratico della quarta sezione del tribunale, Andrea Innocenti, ha condannato due ginecologhe e un’ostetrica per l’omicidio colposo della neonata, riconoscendo anche duecentomila euro di provvisionale ai suoi genitori, parte civile nel processo con l'assistenza dell’avvocato Rosalba Di Gregorio.

Il giudice, che ha accolto le richieste del procuratore aggiunto Ennio Petrigni e del sostituto Renza Cescon, ha inflitto un anno e quattro mesi sia a Manuela Vercio che a Laura Carlino, e un anno a Roberta Lubrano. Le pene sono tutte sospese.

La morte della bambina era stata al centro di un giallo: inizialmente, infatti, l’inchiesta era stata archiviata perché si era ipotizzato che a determinare il decesso fosse stata un’infezione. Dopo ben due perizie sulla placenta era però saltato fuori, grazie all’analisi del dna, che quei campioni erano incompatibili con la madre della piccola e che appartenevano per giunta ad un uomo. Gli accertamenti erano stati sollecitati proprio dall’avvocato di parte civile, che aveva rimarcato come subito dopo il parto la clinica avesse trasmesso la placenta al medico legale prima ancora che la Procura ne disponesse il sequestro. Sulla scorta di questi nuovi e clamorosi elementi l’inchiesta era stata riaperta.

Le tre imputate erano state poi rinviate a giudizio dal gup Piergiorgio Morosini il 18 luglio dell’anno scorso: sarebbe stato infatti il loro comportamento negligente, secondo l’accusa, a determinare la morte della bimba. In particolare, ginecologhe e ostetrica non avrebbero valutato adeguatamente il tracciato delle 8.53, che avrebbe presentato delle anomalie e che avrebbe dovuto spingerle a monitorare la situazione o a  preoccuparsi dell’ossigenazione fetale. Tanto che un tracciato successivo, quello delle 12.05 “era diventato anormale/patologico e che per 23 minuti aveva assunto caratteristiche evidentemente allarmanti” e quello effettuato poi alle 12.29 “e per i successivi 17 minuti era caratterizzato da bradicardia, indice di gravissima sofferenza ipossica”, come si legge nei capi d’imputazione.

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Il parto cesareo d’urgenza era stato compiuto soltanto alle 13, troppo tardi secondo l’accusa, e così il feto era stato estratto “non vitale” e la bimba era morta il primo ottobre del 2012. Per la Procura, se il cesareo fosse avvenuto tra le 12.20 e le 12.30, cioè pochissimo tempo prima, la piccola avrebbe potuto salvarsi. Tesi che il giudice ha ritenuto fondata.

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