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Gettò la figlia nel cassonetto per "uno sdoppiamento psicotico": le motivazioni dell'assoluzione

I fatti risalgono al 24 novembre 2014. Valentina Pilato partorì in segreto nella casa dei suoi genitori, chiuse la piccola appena nata in un borsone e la gettò in un cassonetto di via Di Giorgi. I giudici hanno riconosciuto l'incapacità di intendere e volere

Non fu il gesto di una donna sana, lucida, ma quello di una persona afflitta da una grave forma di depressione. Per questo Valentina Pilato, la giovane madre di quattro figli, nascose a tutti la sua quinta gravidanza, partorì in segreto nella casa dei suoi genitori, sotto gli occhi di uno dei suoi bambini, e poi chiuse la piccola appena nata in un borsone che, il giorno successivo, gettò in un cassonetto di via Di Giorgi. Ed è per questo – cioè per la sua incapacità di intendere e di volere in quel momento – che i giudici della terza sezione della Corte d’Assise, il 15 luglio scorso, l’hanno assolta dall’accusa di omicidio.

Nelle 54 pagine che compongono le motivazioni della sentenza, il collegio presieduto da Benedetto Giaimo (a latere Marina Petruzzella) rimarca – sulla scorta di una perizia appositamente predisposta – come Pilato fosse gravata da “una serie di faticosi e umilianti fardelli in cui andò incespicando” e si ritrovò in “una condizione patologica di gravissima depressione e sofferenza mentale che la portarono a uno stato di sdoppiamento psicotico della sua persona (da una parte la donna di sempre, dall’altra la donna che aspetto il bambino) e a negare dal punto di vista affettivo la gravidanza, con conseguenze catastrofiche”.

Per i giudici, Valentina Pilato stava male da tempo. Ed è esattamente ciò che hanno sostenuto anche i suoi avvocati, Enrico Tignini e Dario Falzone. Secondo la Procura, invece, la donna sarebbe stata  perfettamente lucida e avrebbe ucciso sua figlia come un’assassina. Una ricostruzione di cui il pm era così convinto che, a cinque mesi dai fatti, decise di aggravare il capo d’imputazione da infanticidio in omicidio e fece arrestare l’imputata. La Corte d’Assise, però, non ha creduto a questa versione. La “condizione della Pilato – scrivono i giudici – ebbe origine in uno stato di depressione, determinata da eventi traumatici, che l’affliggeva già prima della gravidanza, che andò via via aggravandosi col sopraggiungere e col progredire della medesima e che finì per interdire lo sviluppo di quello stato mentale che consente normalmente a una donna di accettare e portare avanti la gestazione di un figlio. Ne scaturirono la sua totale incapacità di avere una realistica percezione della propria condizione e i conseguenti comportamenti distorti che andava ponendo in essere”.

La donna, dopo essere rientrata dal Friuli dove viveva col marito, proprio perché la sua famiglia si sarebbe accorta dei suoi strani comportamenti, partorì da sola, sotto gli occhi di uno dei suoi figli, che ha raccontato che “la madre a quattro zampe sul materasso a un certo punto perse una gran quantità di sangue e sporcò il pigiama, le lenzuola e quant’altro, mettendo poi tutto in un borsone”. E i suoi problemi, secondo la Corte, non nacquero certo quella notte: “Già a partire da un anno prima del tragico gesto, Pilato iniziò a porre in essere nei confronti del marito e dei parenti con cui aveva contatti più stretti, una serie di manipolazioni della realtà, a cavallo tra la menzogna ardita, l’omissione e la negazione, dirette a nascondere loro il fatto che nel dicembre del 2013 avesse perso il posto di lavoro e poi a nascondere la gravidanza, sopraggiunta nel febbraio 2014, e che sarebbe poi sfociata nella tragedia”. Già “nell’autunno del 2014, la Pilato iniziò a dare segni di evidente squilibrio, mettendo in atto bizzarre manovre”.

La donna, che è tornata libera da diversi mesi, non ha tuttavia riottenuto i suoi figli. Attualmente il suo caso è al vaglio del tribunale dei minorenni e Pilato ha la possibilità di incontrare i suoi quattro bambini solo per un tempo limitato e sempre in ambiente protetto.

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