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Domenica, 22 Maggio 2022
Cronaca

"Morto dopo essere stato esposto all'amianto per anni", Rfi dovrà risarcire la vedova di un macchinista

L'uomo aveva lavorato per quasi 30 anni nelle Ferrovie e, nel 2012, quando ormai era in pensione gli era stato diagnosticato un mesotelioma pleurico. Aveva fatto causa all'Inail, ma era deceduto prima della sentenza con cui era stata accertata la malattia professionale. Il tribunale riconosce danni per oltre 300 mila euro alla moglie

I sintomi della malattia si erano manifestati molto tardi, quando ormai era già in pensione, ma la diagnosi non lasciava molti dubbi: mesotelioma pleurico, ovvero la terribile patologia scatenata dall'esposizione all'amianto. Da macchinista nelle ferrovie e prima ancora da operaio alla Fincantieri, durante la sua vita professionale l'uomo di quelle fibre nocive (bandite dal 1992), estemamente volatili, ne avrebbe respirate in gran quantità. Non ha fatto in tempo a vedere la sentenza che gli riconosce i danni patiti - è morto nelle more di una prima causa all'Inail il 22 agosto del 2015 - ma adesso il tribunale del Lavoro di Roma ha deciso che sia sua moglie ad avere diritto ad un risarcimento di 318.834,32 euro.

Il giudice Francesca Vincenzi ha infatti condannato Rfi, dove il lavoratore è stato impiegato per quasi 30 anni, a versare la somma alla vedova: secondo il tribunale, infatti "la malattia era prevedibile dalla datrice di lavoro e, dunque, evitabile e dalla documentazione in atti non emerge la prova dell'adozione da parte dell'allora Ferrovie dello Stato di alcuna delle misure e cautele che erano esigibili per la tutela della salute del defunto. Sussiste pertanto la responsabilità contrattuale di Rfi per i danni subiti". Sono state così accolte le tesi dell'avvocato Ezio Bonanni, che assiste la vedova ed è anche presidente dell'Osservatorio nazionale amianto.

Era stata chiamata in causa anche Fincantieri, dove il lavoratore sarebbe stato impiegato dal 1955 al 1960 e dal 1962 al 1967. Tuttavia secondo il giudice "non è stata dimostrata la sussistenza di un rapporto di lavoro subordinato" e per questo è stata respinta la domanda di risarcimento avanzata dalla vedova.

La vittima aveva invece certamente lavorato per le ex Ferrovie dello Stato, dal 1967 al 1996, quando era andato in pensione. I problemi di salute si erano però manifestati soltanto a febbraio del 2012 ed era arrivata la diagnosi di mesotelioma pleurico, che tre anni dopo l'aveva ucciso. La vittima era riuscita a fare causa all'Inail, ma la sentenza del tribunale era arrivata a dicembre del 2015, cioè qualche mese dopo il decesso. In quel caso, però, con una perizia era stato "accertato un nesso di causalità tra l'attività svolta e la patologia" e riconosciuta quindi la malattia professionale, dovuta all'esposizione all'amianto.

La moglie dell'uomo ha quindi deciso di citare in giudizio le due società nel 2020. Come spiega il giudice nella sentenza "la presenza di amianto nelle stazioni di Catania, Palermo, Caltanissetta e Roma Termini (dove la vittima aveva lavorato, ndr), in particolare nei locomotori condotti dall'ex macchinsita, e quindi l'esposizione all'amianto emerge dalla copiosa documentazione in atti". E aggiunge che "è la stessa Rfi nella memoria di costituzione ha dato atto della presenza di amianto nei luoghi di lavoro del macchinsita in manufatti di amianto utilizzati, solo fino agli anni '80, a bordo delle motrici, eventualmente inseriti in pannelli e comunque muniti di protezioni, all'epoca l'amianto veniva adoperato in alcune lavorazioni proprio per le sue proprietà isolanti, di resistenza al fuoco ecc.; all'interno delle motrici esso era confinato con protezioni esterne. L'applicazione di riverstimenti in fibra di amianto è stata avviata su alcune serie di locomotive costruite dal 1980 in poi che non hanno alcuna coinbentazione in amianto". Da qui la responsabilità dell'azienda, che non avrebbe messo in atto tutte le misure per proteggere il lavoratore, e la sua condanna a pagare oltre 300 mila euro di danni.

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