Amore oltre le sbarre, la moglie di un detenuto: "Dopo le nozze vogliamo un figlio in provetta"

Dopo il matrimonio nel 2016 la coppia si pone un'altra sfida: avere un bambino. Come? Con la fecondazione assistita: "La settimana scorsa è andato lui, scortato dagli agenti di polizia penitenziaria, per depositare i suoi gameti. Sogniamo un futuro in Lombardia, lì entrambi potremmo avere delle possibilità"

Le mura del carcere e le sbarre di una cella dividono il loro amore ormai da 6 anni, costringendoli a progettare il futuro in maniera diversa. Tanto che già nel 2016 hanno pronunciato il fatidico "sì" dentro una saletta del Pagliarelli, davanti a un officiante d’eccezione come il sindaco Leoluca Orlando: "Dopo 12 anni di fidanzamento - racconta Giusi, quasi quarantenne - ci siamo sposati. Una cerimonia durata appena un’ora, c’erano più sconosciuti che amici o parenti". Adesso davanti a lei e a Salvatore (i nomi sono di fantasia, ndr), si pone un’altra sfida: avere un figlio. Come? Con la fecondazione assistita.

"L’ultimo abbraccio - racconta lei - gliel’ho dato a marzo, ma per ora abbiamo potuto incontrarci solamente dietro un vetro a causa del Coronavirus. Anche se va detto che non mi sognerei mai di stare con mio marito e concepire nostro figlio dentro un carcere, mi imbarazzerebbe troppo". Così, tra istanze e permessi chiesti al tribunale di Sorveglianza, Giusi e Salvatore - che ha più di 30 anni - hanno preso appuntamento con gli specialisti di una clinica privata. "La settimana scorsa è andato lui, scortato dagli agenti di polizia penitenziaria, per depositare i suoi gameti. Una volta che i miei ovuli saranno pronti si procederà con la fecondazione e se Dio vuole si passerà con l’impianto dei pre-embrioni nel mio utero".

Giusi e Salvatore vengono da uno stesso quartiere popolare palermitano dove la parola "futuro" fa rima con "incertezza", ma ad oggi non hanno mai vissuto insieme sotto lo stesso tetto, neanche per un giorno. La loro storia d’amore va avanti da 12 anni, ma da circa 6 lui è recluso: "E' coinvolto in un’inchiesta per droga - spiega ancora Giusi - e ora è un detenuto modello ma ciononostante non gli vengono concessi permessi. Di sicuro vogliamo assolutamente un figlio, sono disposta a tutto. Soprattutto per me il tempo corre e rischio di andare presto in menopausa. Prima che mio marito finisse in carcere ci avevamo già provato ma sfortunatamente non è andata bene. Vogliamo cambiare vita e progettare un altro futuro, vogliamo andare via da qui".

Lei, racconta, si è sempre data da fare con vari lavoretti. Faceva la badante, la baby sitter, lavava le scale. "Volevo studiare - aggiunge Giusi - ma non è stato possibile e mi sono dovuta fermare alla terza media, ma adesso non ho un’occupazione. Anche mio marito ha fatto sempre lavori occasionali. In carcere si è occupato di portare il cibo nei vari piani agli altri detenuti e ha fatto un corso di sartoria. Appena sarà fuori ci organizzeremo per andare via dalla Sicilia e raggiungere la Lombardia, lì entrambi potremmo avere delle possibilità".

Niente colloqui intimi né "camere dell'amore"

L’Italia è una di quelle nazioni in cui non sono previsti colloqui intimi né "camere dell’amore". Farebbe eccezione la storia di Giuseppe Graviano, il boss che riuscì ad avere un figlio al 41 bis. "Non racconterò mai a nessuno - aveva detto a febbraio scorso durante una videoconferenza - come ho concepito mio figlio mentre ero al carcere duro, perché sono cose intime mie. Dico solo che non ho fatto niente di illecito". Tanti stati, soprattutto in Europa, autorizzano con varie procedure le visite affettive. In Germania e Svezia, per esempio, vengono messi a disposizione dei mini appartamenti in cui il detenuto è autorizzato a vivere per alcuni giorni con la famiglia.

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Graviano intercettato: "Per me è stato un miracolo"

In Canada le visite possono durare fino a 72 ore e avvengono in apposite roulotte esterne all’istituto penitenziario. Nel Belpaese invece questo diritto non viene concesso e le coppie in cui uno dei due partner si trova in stato di detenzione devono optare per altre possibilità, come attendere che venga concesso un permesso premio o la fecondazione assistita. L'anomalia riguarda proprio la storia di Graviano che, intercettato nel 1996, diceva: "Vedi che fare il figlio nel carcere, questo per me è stato un miracolo. Mi sentivo che mi prendevano per pazzo. Pure mia moglie, con tutta la sua famiglia. Tutti. Ma quando ci sono riuscito ed è uscita incinta mi è finito quel tremolino".

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