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Il frame di un'intercettazione

Il frame di un'intercettazione

"I soldi della mafia di Misilmeri investiti nella carne", sei condanne e due assoluzioni

Il giudice ha anche prosciolto altri tre imputati, tutti coinvolti nell'operazione "Gioielli di famiglia" messa a segno dalla guardia di finanza ad aprile 2018. La pena più pesante al presunto boss Pietro Formoso, fratello di Giovanni e Tommaso all'ergastolo per la strage di via Palestro del 1993

Sei condannati, due assolti e tre prosciolti. E' questo l'esito del processo contro la mafia di Misilmeri, nato dall'operazione "Gioielli di famiglia" della guardia di finanza, messa a segno ad aprile di due anni fa. La pena più pesante - dodici anni di carcere - è stata inflitta al presunto boss Pietro Formoso, fratello di Giovanni e Tommaso, già condannati all'ergastolo per la strage di via Palestro del 1993.

La sentenza è stata emessa con il rito abbreviato dal gup Roberto Riggio, che ha accolto solo in parte le richieste della Procura. Oltre a Formoso è stato condannato Stefano Zarcone, difeso dagli avvocati Fabrizio Biondo e Giuseppe Piazza, per il quale è però caduta sia l'accusa di essere stato prestanome del boss, in relazione alla "Zar Carni", che quella di riciclaggio: la pena di due anni è stata inflitta, infatti soltanto, per alcune false fatture che sarebbero state registrate dall'azienda, dunque per un reato tributario che nulla ha a che vedere con vicende di mafia. Condannati anche Francesco Paolo Migliaccio (tre anni in continuazione con una precedente condanna), Dalila Garofalo (otto mesi), Angelo Lo Cascio (due anni) e Alessandro Selvaggio (20 giorni, anche in questo caso in continuazione). Il giudice ha anche disposto la confisca di beni per 266.003,10 euro a Zarcone (sempre per il reato tributario), per 370.404 a Lo Cascio e Garofalo, e per 500 euro a Migliaccio e Garofalo. Infine, Formoso dovrà anche risarcire con 5 mila euro l'associazione "Antonino Caponnetto", che si è costituita parte civile nel processo.

Sono stati invece del tutto scagionati dal giudice Davide Arcuri (difeso dagli avvocati Nino Mormino e Antonio Gargano) e Fabio Bertolino (assistito dall'avvocato Massimiliano Russo). Il primo era accusato di essere un altro prestanome di Formoso, in relazione alla "Arcuri Immobiliare". La difesa ha tuttavia messo in evidenza che se le intercettazioni avrebbero dimostrato la presenza del boss nell'azienda, mancherebbe invece del tutto la prova che Formoso vi abbia investito i suoi capitali. La Cassazione, peraltro, aveva già in precedenza annullato sia la misura cautelare per Arcuri che il sequestro dell'azienda.

Il gup ha poi dichiarato il non doversi procedere per altri tre imputati: Pietro Morgano, Vincenzo Meli e Lorenzo D'Arpa.
In base alla ricostruzione della Procura - che non ha retto in tribunale - Formoso avrebbe investito denaro sporco soprattutto nel settore della carne, attraverso le ditte "Zar Carni" di Zarcone. Il volume d'affari di queste aziende in appena un anno, tra 2001 e 2002, sarebbe quadruplicato, passando da 500 mila euro a due milioni. In quindici anni, i profitti avevano poi superato i 23 milioni. 

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