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Busta con proiettile e minacce all'avvocato: "Farai la fine del tuo collega Fragalà"

Destinatario Maurilio Panci, storico difensore di Franco Mazzè, pregiudicato ucciso allo Zen nel 2015. Il penalista aiutò il figlio della vittima a scoprire i presunti assassini del padre, poi condannati a 30 anni

Una lettera intimidatoria. Un messaggio da brividi: "Continua a fare l’infame, ti faccio fare la stessa fine del tuo collega Fragalà". All’interno un proiettile di una 357 Magnum. Sulla busta il nome del destinatario: Maurilio Panci, avvocato penalista, storico difensore della famiglia Mazzè dello Zen. Sull'episodio la Procura ha aperto un’indagine, che è già stata affidata alla polizia. 

"Apprendiamo, con stupore e sdegno, del vile gesto compiuto da ignoti nei confronti del collega Maurilio Panci - commenta il direttivo Agius (l'associazione dei giuristi siciliani). Solo la viltà può ispirare gesti simili rivolti, prima che ad un amico e socio della nostra associazione, ad un collega la cui professionalità, correttezza e garbo lo hanno reso uno dei penalisti più apprezzati di una città difficile come Palermo. Sdegna e preoccupa l'accostamento ad una vicenda, quale quella del compianto Enzo Fragalà, che ha lasciato un dolore profondo in tutta l'avvocatura palermitana". I giuristi continuano: "Le modalità, i toni ed i contenuti del gesto lasciano pensare ad un tentativo di indurre il collega ad abdicare a quella che è la missione di ciascuno di noi, contribuire all'accertamento dei fatti ed al raggiungimento della giustizia.
Conosciamo bene Maurilio, e sappiamo che quello che è successo non scalfirà la sua levatura, il suo essere integerrimo, il suo essere avvocato".

Franco Mazzè, 46 anni, fu ucciso nel marzo 2015, allo Zen. Un'esecuzione spietata, a distanza ravvicinata e quasi a bruciapelo, in pieno giorno, davanti a numerosi testimoni. In manette per quel delitto finirono due pregiudicati del quartiere. Mazzè fu raggiunto da diversi colpi d'arma da fuoco addosso. L'uomo aveva precedenti per associazione a delinquere di stampo mafioso finalizzata all'estorsione, rapina, sequestro di persona a scopo di rapina, ricettazione ed evasione. AIla base del delitto è emerso un regolamento di conti dopo una lite. Dalle prime indiscrezioni sembrerebbe che Mazzè, raggiunto dai sicari davanti a un panificio, avesse avuto un diverbio con alcune persone. I suoi presunti assassini furono arrestati e condannati a 30 anni di carcere.

Decisivi, ai fini dell'arresto, furono i complessi sviluppi investigativi, effettuati nei mesi successivi dalla sezione Omicidi della Squadra mobile, con la Squadra Investigativa del commissariato San Lorenzo, e la collaborazione fornita da uno dei figli della vittima che indagò a sua volta per cercare testimoni, registrando dialoghi, poi consegnati alla polizia. Lo scorso settembre Stefano Biondo e Fabio Chianchiano, ritenuti colpevoli dell’omicidio, furono condannati a 30 anni.

Secondo quanto ricostruito dagli inquirenti a sparare contro Mazzè fu Chianchiano, mentre Biondo lo ha accompagnato in auto, salvo poi condividere il tentativo di uccidere il “figlioccio” della vittima, Michele Moceo, scampato alla morte per una manciata di secondi. L’antefatto riguarda una rissa scoppiata la stessa mattina di quel 20 marzo in un bar dello Zen.
 

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