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Cronaca

Portarono in Sicilia 655 migranti, ma furono costretti a fare gli scafisti: assolti in 10 dopo 7 anni

Il processo era nato dopo l'arrivo della nave Dattilo al porto di Palermo a luglio del 2016. Gli imputati erano accusati di aver organizzato la traversata dalla Libia e per loro erano state chieste pene di 8 e 9 anni di carcere. La difesa ha dimostrato che agirono in stato di necessità: se avessero rifiutato il compito imposto dai libici sarebbero stati uccisi

Erano accusati di essere stati gli scafisti di diverse imbarcazioni partite dalla Libia con complessivamente 655 migranti a bordo, poi soccorsi dalla guardia costiera e condotti con la nave Dattilo al porto di Palermo il 31 luglio del 2016. Un'accusa per la quale erano finiti anche in carcere. Adesso, però, a quasi 7 anni dai fatti, 10 stranieri sono stati del tutto assolti, mentre la Procura aveva invocato per loro condanne a 8 e 9 anni di reclusione.

La seconda sezione del tribunale, presieduta da Lorenzo Matassa, ha accolto le tesi dell'avvocato Marco Di Maria (nella foto), che difende gli imputati, secondo cui avrebbero agito in stato di necessità, ovvero perché costretti da organizzazioni criminali libiche, armate e senza scrupoli, a mettersi alla guida delle imbarcazioni. Non una libera scelta, dunque - visto che poi durante il dibattimento non è emerso alcun collegamento degli stranieri con le bande libiche - ma un obbligo che, se non rispettato, avrebbe potuto comportare per gli imputati anche di essere uccisi.

L'assoluzione è stata così sancita per Vincent Ekhator Odaro (nigeriano), Papamadieye Dieye (senegalese), Nathir Ahmad (sudanese), Abdalhfuz Isshak (sudanese), Abdel Malim Juuma (eritreo), Ibrahim Darboe (gambiano), Musa Colley (gambiano), Mouhi Eddin Mahammad Ousman (sudanese), Abdul Hamid Aledem (nigeriano) e Mohamed Cherif (senegalese).

Dopo l'arrivo della Dattilo, la squadra mobile e la guardia di finanza, grazie alle testimonianze rese da alcuni dei migranti, ritenevano di aver individuare i 10 scafisti e per loro era scattato anche il fermo. Il gip aveva respinto la custodia cautelare in carcere che, tuttavia, era stata poi applicata in seguito al ricorso al tribunale del Riesame da parte della Procura.

Gli imputati non hanno mai negato di aver condotto le imbarcazioni con i 655 migranti, ma hanno sempre sostenuto di non aver mai fatto parte di alcuna organizzazione criminale responsabile della pianificazione del viaggio. Infatti, al momento dello sbarco, come ha testimoniato anche la guardia costiera durante il processo, nessuno di loro aveva soldi o cellulari, né erano mai stati riscontrati collegamenti con le organizzazioni criminali libiche. Piuttosto i 10 stranieri hanno spiegato di essere stati costretti o indotti a condurre i mezzi dai libici che avevano gestito tutta l'operazione.

I 10 imputati hanno pure chiarito che un rifiuto da parte loro avrebbe comportato ritorsioni, compresa la morte. Ecco perché, secondo la difesa, hanno agito in stato di necessità, cioè hanno dovuto mettersi alla guida di quelle imbarcazioni senza avere alcuna alternativa o possibilità di scelta e soltanto per salvare se stessi. Questo li rendeva quindi non punibili, come sancito ora anche il tribunale.

Gli imputati, ma anche alcuni dei migranti sentiti come testimoni, avevano poi descritto lo stato di quasi prigionia nei campi libici che li avevano ospitati sin dall'imbarco, gestiti da persone armate e senza scrupoli. Avevano parlato delle precarie condizioni di vita e anche della sorte toccata a chi disubbidiva agli ordini. Avevano pure spiegato che le imbarcazioni su cui erano partiti erano state scortate in mare aperto da altri mezzi libici e riferito delle minacce a non fare inversioni di rotta. Inoltre, nessuno degli imputati avrebbe ricevuto un trattamento di favore per aver "accettato" l'incarico e nessuno di loro era stato violento o minaccioso nei confronti degli altri passeggeri. Da qui la decisione di assolverli tutti.

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