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Cronaca

Dalla punizione al Milan al buio di una cella: la triste parabola di Miccoli

Arrivato al Palermo nell'estate del 2007 il calciatore era diventato l'eroe di una città che sognava con le sue giocate: la disdicevole frase su Falcone e le traversie giudiziarie ne hanno offuscato l'aura. 81 i gol realizzati, la maggior parte bellissimi: per molti è stato il più forte giocatore visto in rosanero

Le strade del Palermo e di Fabrizio Miccoli si incrociarono nel 2007: i rosanero avevano bisogno di talento per coltivare ambizioni e velleità che si erano dimostrate legittime negli anni passati; il fantasista pugliese di un contesto dove far emergere la sua classe dopo un biennio al Benfica in cui a causa degli infortuni era riuscito a mettersi in luce solo a sprazzi. L’inizio di una lunga storia durata sei anni di alto livello sul campo con un’appendice meno gloriosa in sede giudiziaria.

Anche se c’era in principio qualche punto di domanda legato appunto alle condizioni fisiche, le premesse per un matrimonio felice c’erano e questo fu chiaro sin da subito. La seconda giornata di campionato contro il Livorno Miccoli imprime i primi due di quelli che saranno alla fine 81 timbri: danze aperte con la prima di una lunga serie di punizioni da cineteca (memorabile quella al Milan il 26 settembre 2007) cui seguirà una samba a due con Amauri chiuso con un tocco piazzato sotto porta, a riprova di un’intesa tecnica di livello superiore. Per il 10 rosanero quella stagione sarà condizionata più di quelle successive da tanti infortuni muscolari che priveranno squadra e tifosi di godere continuativamente di un tandem straordinario: il filtrante no-look del brasiliano chiuso dal piazzato sottomisura su Frey in Palermo-Fiorentina 2-0 una delle testimonianze più icastiche di ciò che poteva essere.

Quando la stagione successiva si chiuse definitivamente il primo ciclo del Palermo in A con le cessioni dei campioni del Mondo Zaccardo e Barzagli e dello stesso Amauri, Miccoli si ritrovò di fatto ad essere il cardine della nuova fase del Palermo. La leadership tecnica, ammesso che avesse effettivamente bisogno di conquistarsela, arrivò in modo subitaneo, ai tempi della gestione Ballardini nel campionato 2008/2009; l’investitura da capitano appena un anno dopo su diktat di Zamparini, che lasciò la fascia sul braccio del fantasista salentino anche dopo il rientro dall’infortunio di Liverani. Era la stagione 2009/2010 acme dell’era Zampariniana con Sabatini dietro la scrivania a coordinare le operazioni di una squadra forte che con Delio Rossi al posto di Zenga aveva cominciato a volare. Nomi altisonanti, allora come col senno del poi, come quelli di Sirigu, Kjaer, Cavani, Balzaretti Pastore e gregari che definire tali è una riduzione in termine come i vari Cassani, Bovo, Bresciano, Nocerino. Tra quelle grandi firme però a spiccare più di tutto erano le pennellate del Capitano, che quell’anno furono 19, spesso pregevoli, in alcuni casi anche storiche come quelle che hanno decretato le vittorie esterne sul Milan e la Juventus, in ogni caso determinanti per coltivare fino alla fine quel sogno Champions che per Miccoli più di tutti fu una dolorosa utopia.

Palermo-Sampdoria, 9 maggio 2010, lo snodo drammatico in un afoso pomeriggio di primavera. L’iniziale stallo alla messicana, il vantaggio blucerchiato su rigore di Pazzini come doccia fredda fino allo scontro in area doriana tra il 10 rosanero e Zauri, il dischetto che chiama, il crociato che nel frattempo è saltato: esecuzione perfetta prima di arrendersi al dolore della rottura del legamento e poi a quello del sogno infranto dal fischio finale di Rosetti sull’1-1 finale. Al suo rientro, complice l’esplosione definitiva di Pastore e l’affermazione di Ilicic vede vacillare la sua centralità tecnica ma la leadership resta intatta come la stima incondizionata della piazza: la sua esclusione iniziale nella finale di Coppa Italia contro l’Inter ad appannaggio di Abel Hernandez, resta oggi come allora, uno dei grandi asterischi di quella serata, guardando all’esito finale della gara. Miccoli d’altronde è un giocatore amatissimo dall’ambiente sia per la qualità delle sue giocate che per la generosità e la disponibilità nei confronti di tutti che lo hanno reso un idolo per la città. Un idillio quello tra il fantasista salentino e Palermo che può essere interrotto solo da qualcosa di veramente spiacevole, come in effetti accadrà.

Fabrizio Miccoli-2

Già nel 2011 diventa di dominio pubblico la sua amicizia con Mauro Lauricella, figlio del boss della Kalsa Antonino detto “Scintilluni” arrestato proprio in quell’anno dopo un periodo latitanza. L’eco della vicenda all’epoca fu però relativa, anche perché a differenza del padre Lauricella jr era un giovane incensurato e quindi non si pensò, almeno non pensarono in molti, che dietro quel legame amicale ci potessero essere delle brutte storie. Le cose però cambiarono nel giro di poco meno di due anni. Nel 2013 il grande Palermo è, seppur fresco, comunque un ricordo: la squadra quantomai in balia degli umori del vulcanico Zamparini finisce per precipitare nell’abisso della Serie B al quale era rimasta pericolosamente vicino per tutto l’anno. Miccoli in quella stagione fu pure protagonista di momenti memorabili come il centesimo gol in A segnato nel derby d’andata vinto contro il Catania o la tripletta al Chievo con tanto di gol al volo da 40 metri: prodezze che non bastarono a salvare la squadra e, forse anche di conseguenza, a farlo rimanere per almeno un altro anno con la maglia che aveva reso grande e con cui grande era a sua volta diventato. Miccoli chiude sul campo il 19 maggio 2013 così come aveva iniziato: segnando su punizione un gol nella sfida contro il Parma dell’ultima giornata col Palermo già in B salutando il pubblico tra le lacrime e congedandosi come il miglior marcatore di tutti i tempi dei rosanero. Il vero commiato però arriverà poco più di un mese dopo e non avrà nulla né di lirico né di tenero.

Il 22 giugno 2013 viene reso noto il contenuto di un’intercettazione in cui Miccoli da appuntamento all’amico Lauricella davanti all’albero di “quel fango di Falcone” con ovvio riferimento al magistrato ucciso a Capaci. Una frase già di per sé stomachevole che assume un peso ancora più drammaticamente significativo nel momento in cui arriva per il giocatore l’avviso di garanzia per tentata estorsione: non è dunque “solamente” un grave problema morale ma un effettivo caso giudiziario.Cinque giorni dopo si tiene una conferenza stampa: Miccoli si scusa, si proclama innocente e piange lacrime che stavolta non sono legate al dolore per il risultato o all’emozione dei ricordi. Ognuno si fa la sua idea: c’è chi vede in lui il sincero rammarico per una situazione incresciosa ma non avvenuta in malafede; chi al contrario ritiene il tutto farsesco; chi pur apprezzando il tentativo non riesce comunque a perdonare. Sta di fatto che per Miccoli inizia una personale parabola giudiziaria che lo vede sul banco degli imputati.

A 8 anni di distanza dal suo inizio quella parabola è giunta proprio ieri alla sua conclusione. La Seconda sezione della Cassazione di Palermo ha infatti confermato i verdetti dei precedenti gradi di giudizio: Miccoli è stato condannato a 3 anni e 6 mesi di reclusione per estorsione aggravata dal metodo mafioso, reato per il quale non c’è la condizionale. Il giocatore si è dunque presentato al carcere di Rovigo dove sconterà la sua pena: un mese fa era stato condannato definitivamente anche Mauro Lauricella. Al di là dei processi e delle sentenze tra i tifosi resta il dubbio se Miccoli sia stato semplicemente ingenuo e vittima di circostanze più grandi di lui oppure se abbia effettivamente ceduto alle lusinghe di una malavita che da sempre cerca di accreditarsi con i grandi campioni per interesse o anche solo per prestigio. Resta comunque il fatto che la storia del giocatore, colpi e numeri alla mano, più forte di tutti i tempi del Palermo si è chiusa nel più mesto dei modi. La luce delle giocate d’alta scuola, delle grandi partite vinte grazie ai suoi spunti di campione, resta nei ricordi e non si può spegnere: l’epilogo di questa vicenda ne eclissa però in modo incontrovertibile la sua portata luminescente.

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