Lunedì, 22 Luglio 2024
Pasqua

Giovedì Santo, Lorefice ricorda le 3P di Padre Pino Puglisi: "Preghiera, poveri e presbiterio"

L'arcivescovo ha celebrato la messa crismale in Cattedrale richiamando la figura del sacerdote ucciso dalla mafia a Brancaccio nel settembre 1993

"Come non ricordare oggi il nostro caro fratello delle tre P? Come non ricordare Padre Pino Puglisi? Lo so: lo sentiamo particolarmente vicino con infinita gratitudine (a lui e al Signore) per il dono che è stato ed è per la nostra Chiesa e per le chiese diffuse nel mondo". Lo ha detto l'arcivescovo di Palermo, Corrado Lorefice, nella sua omelia in occasione della messa crismale in Cattedrale (IL VIDEO), ricordando il parroco antimafia ucciso da Cosa nostra il 15 settembre del 1993.

"Impariamo da don Pino - ha aggiunto - la speranza indomita che i cuori degli uomini non sono chiusi per sempre. Per questo dobbiamo pregare e operare, con dolcezza, con rispetto, da padri e da umili fratelli maggiori, affinché 'venga il tempo e la porta si apra'".  

"Non forzare i cuori, lasciare il tempo a ognuno, in un’epoca che non ha mai tempo da perdere, non ha mai tempo per nulla, che pensa il tempo in termini economici ('il tempo è denaro') - ha proseguito l'arcivescovo -: in quest’epoca don Pino a noi presbiteri ricorda di aver cura degli altri, delle nostre comunità, di prendere parte alla storia del mondo come discepoli del 'tempo lungo' e del 'cuore grande' di Dio".

Per monsignor Lorefice proprio "alla luce della bella testimonianza di Padre Pino" a ogni vescovo, a ogni prete sono consegnate tre P.  "La prima è la preghiera, e in primis la preghiera eucaristica che rende presente l’amore di Cristo per la Sua Sposa, che ci nutre per questa vita e per i cieli nuovi e la terra nuova - ha detto -. La seconda è la 'P' di poveri, quella degli ultimi, di coloro a cui dobbiamo lavare i piedi, anche se si sono sporcati sulle strade del peccato, della miseria, della disperazione". La terza poi è la 'P' di presbiterio, "la fraternità presbiterale a cui apparteniamo e di cui il vescovo anzitutto, ma anche ognuno di noi, è chiamato a prendersi cura con responsabile premura. Perché questa fraternità sia sempre viva, a servizio del Corpo di Cristo che è la Chiesa, a servizio del mondo, sempre in attesa della parola che salva", ha detto ancora.

"La Chiesa - ha continuato l'arcivescovo - non è un’istituzione mondana tesa a perpetuarsi indipendentemente dalle vicende della storia. Non è e non può essere un centro di potere. Non è un insieme di strutture e di servizi. Non è un’impresa in cui fare carriera, in cui conquistarsi una visibilità o un rilievo sociale. La Chiesa è segno di un Altro che la oltrepassa e verso il quale essa tende - ha aggiunto il presule -, come si tende alla consumazione di sé stessi, come ci si protende verso qualcosa che ci supera, come si può essere felici di generare e di far crescere quel che non ci appartiene. Per questo la Chiesa è un popolo di 'segnati', posto nel mondo solamente per andare ad annunciare ai poveri la bella notizia del regno di Dio. La Chiesa insomma è una 'società mossa e spossessata' alle radici, perché non può stare, non può consistere, deve continuamente uscire da sé", ha concluso Lorefice.

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