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Domenica, 28 Novembre 2021

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L'imprenditore Massimo, insieme ai fratelli, si è visto sequestrare - dalla sezione misure di prevenzione guidata dalla Saguto - i noti negozi di abbigliamento. Dopo 8 anni il dissequestro, ma del patrimonio dal valore di quasi 50 milioni non è rimasto quasi più nulla. A PalermoToday dice: "Ho avuto difficoltà pure ad aprire un conto corrente..."

E’ stato trascinato in un procedimento della sezione Misure di prevenzione del tribunale di Palermo, nel 2013, che ha sequestrato le aziende e beni del suo marchio. Un impero, quello dietro una catena di negozi di abbigliamento, da cinquanta milioni di euro che sarebbero stati prosciugati negli anni della gestione affidata a un amministratore giudiziario. "Pensate che tutti gli arredi dei nostri punti vendita si trovano nel magazzino di un privato che da 8 anni non viene neanche pagato per questo: delle nostre aziende non è rimasto più nulla", spiega Massimo Niceta, imprenditore che si è reinventato nel mondo del padel aprendo un’attività in via Marchese di Villabianca.

A disporre il sequestro è stata la sezione presieduta dal giudice Silvana Saguto, condannata in primo grado a 8 anni perché - secondo l’accusa - avrebbe creato “un sistema perverso e tentacolare” per dare attribuire incarichi di amministrazione giudiziaria ad avvocati e altri professionisti in qualche modo vicini alla sua cerchia. Tra le aziende sequestrate c’erano proprio quelle di Massimo, Pietro e Olimpia Niceta, per le quali è stato disposto il dissequestro, confermato a dicembre scorso dalla Corte d’appello.

Una contorta storia legale che inizia con un'accusa di intestazione fittizia (che poi non ha portato a un avviso di garanzia) per un sospetto legame con la famiglia Guttadauro e prosegue con un processo, durato anni, con i giudici della sezione guidata da Saguto. "Un dissequestro - aveva spiegato l’avvocato Salvino Pantuso - che ha restituito solo l’onore alla famiglia. Tutto il patrimonio infatti è andato perduto, soprattuto l’attività commerciale".

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