Mafia

Stato-mafia, le motivazioni della sentenza: "Trattativa accelerò morte di Borsellino"

La Corte sceglie il giorno della commemorazione della strage di via D'Amelio per rendere note le motivazioni della sentenza emessa lo scorso aprile: "Lo Stato si mostrò debole". E Dell'Utri "rafforzò il proposito criminoso di proseguire con la strategia ricattatoria"

"Non vi è dubbio che quell'invito al dialogo pervenuto dai carabinieri attraverso Vito Ciancimino costituisca un sicuro elemento di novità che può avere certamente determinato l'effetto della accelerazione dell'omicidio Borsellino, con le finalità di approfittare di quel segnale di debolezza proveniente da istituzioni dello Stato". Lo dice la Corte d'assisse nelle motivazioni della sentenza sulla cosiddetta trattativa Stato-mafia rese note nel giorno dell'anniversario della strage di via D'Amelio in cui persero la vita il giudice Paolo Borsellino e gli agenti di scorta Agostino Catalano, Walter Eddie Cosina, Emanuela Loi, Claudio Traina e Vincenzo Fabio Li Muli. Alla fine del processo sono arrivate le condanne per gli ex vertici del Ros Mario Mori, Antonio Subranni e Giuseppe De Donno, l'ex senatore Dell'Utri, Massimo Ciancimino e i boss Bagarella e Cinà. Assolto l'ex ministro Nicola Mancino.

"Con l'apertura alle esigenze dell'associazione mafiosa Cosa nostra, manifestata da Dell'Utri - continua la Corte  - nella sua funziona di intermediario dell'imprenditore Silvio Berlusconi nel frattempo sceso in campo in vista delle politiche del 1994, si rafforza il proposito criminoso dei vertici mafiosi di proseguire con la strategia ricattatoria iniziata da Riina nel 1992". Secondo la Corte, inoltre, "se pure non vi è prova diretta dell'inoltro della minaccia mafiosa da Dell'Utri a Berlusconi, perché solo loro sanno i contenuti dei loro colloqui, ci sono ragioni logico-fattuali che inducono a non dubitare che Dell'Utri abbia riferito a Berlusconi quanto di volta in volta emergeva dai suoi rapporti con l'associazione mafiosa Cosa nostra mediati da Vittorio Mangano". "Subranni, Mori e De Donno, qualunque fossero le ragioni che li animarono, hanno - si legge nelle motivazioni della sentenza - di fatto consapevolmente reso attuale il proposito criminoso di Riina, da un lato aprendo il canale di comunicazione tramite Vito Ciancimino, e dall'altro esortando i vertici mafiosi a formulare le condizioni per la cessazione delle stragi e dunque a formulare la minaccia e il ricatto mafioso".

La Corte, infine, "smonta" poi le tesi dei legali degli imputati che attribuivano l'accelerazione dei tempi della strage all'indagine mafia-appalti che il magistrato stava effettuando e anche alla possibilità di una sua nomina a Procuratore nazionale Antimafia. 

"Se - come si legge nella motivazione della sentenza di Palermo - la trattativa fra pezzi dello Stato e mafia accelerò l'omicidio Borsellino, c'è una domanda in più che va rivolta con urgenza a chi ha voluto, permesso e agevolato il depistaggio su via d'Amelio: da chi è partito l'ordine per quel depistaggio come quello della trattativa stessa? Chi ne ebbe la responsabilità politica e giudiziaria? Chi sapeva e ha taciuto durante tutti questi anni?". A porsi queste domande è Claudio Fava, presidente della commissione Antimafia siciliana. "La commissione - conclude Fava - si farà carico di cercare anche queste ulteriori risposte e questa indispensabile verità". 

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