Sabato, 24 Luglio 2021
Mafia

Feroce, ambizioso, spietato: Totò Riina story, la "belva" mai domata dal 41 bis

Addio al Capo dei Capi: ignorante come un pecoraio, furbo come un raffinato statista. Riina è partito da contadino, dalla sua Corleone, e ha conquistato Palermo e pezzi di Roma e Italia. Uccidendo e facendo uccidere, senza mai pentirsi

Feroce, spietato, vendicativo, dittatore. Ambizioso e misterioso. In tre parole: Capo dei Capi. Totò Riina - morto poche ore fa in un lettino dell'ospedale di Parma - è stato il mafioso più famoso del mondo insieme ad Al Capone. Vittime umiliate, spogliate, torturate, sciolte nell'acido, uccise dissanguate nel cuore di Palermo o strangolate al buio di un casolare sperduto di campagna, bruciate o incaprettate. Ignorante come un pecoraio e furbo come un raffinato statista, Riina è partito da contadino, dalla sua Corleone, e ha conquistato Palermo e pezzi di Roma e Italia. Uccidendo e facendo uccidere. "Peri incritati", ovvero piedi sporchi di terra - da "viddano" - ma testa da capo di Stato. 

E' morto nella notte Totò Riina: era ancora il capo di Cosa nostra

Da bambino l'incontro in paese con il dottore Michele Navarra, la "fulgurazione". Quindi il lavoro sporco alle dipendenze di Luciano Liggio, il primo vero capo. E unico. Poi l'ascesa con al fianco Bernardo Provenzano e Calogero Bagarella, rispettivamente di tre e cinque anni più piccoli. Insieme i picciotti di Corleone sono diventati grandi (per poi dividersi ma per motivi diversi). Sterminando tutti i vecchi leader di Cosa nostra, inventando un "terremoto" per sconquassare la mafia palermitana e le sue gerarchie bilndate. Inafferrabile per 24 anni, Totò u curtu ha tessuto la tela della diplomazia, mettendo da parte la follia e la ferocia cieca per agganciare perfino gli uomini del Sisde, schivare i colpi e pianificare le contromosse.

Ora si teme per la lotta alla successione | Il servizio video

Bomba dopo bomba, strage dopo strage, Riina ha fatto irruzione al centro del gioco di potere della mafia. Con quella mossa così eclatante per dare il via alle danze, ovvero l'uccisione di Michele Cavataio, detto ‘il cobra', il boss dell'Acquasanta (era considerato il Riina degli anni Sessanta), nel massacro che passò alla storia come "la strage di viale Lazio", capace di rappresentare il più alto punto raggiunto dalla prima guerra di Cosa nostra e che sancì l'ascesa dei corleonesi. Cavataio era considerato colpevole del tentativo di ‘allargarsi' e di non rispettare le regole non scritte della vecchia mafia. Riina non si sporcò le mani. Fu condannato all'ergastolo perché riconosciuto come mandantedi quel gruppo di fuoco capeggiato da Bernardo Provenzano che entrò in azione vestito con le divise della polizia.

Un curriculum lunghissimo che trova le origini negli anni Quaranta. La carriera criminale di Riina è iniziata da neomaggiorenne, con la condanna a 12 anni per aver ucciso in una rissa un coetaneo. Il carcere, con la reclusione palermitana all'Ucciardone, poi il grande ritorno, il triumvirato provvisorio con i boss Stefano Bontate e Gaetano Badalamenti. I collegamenti intrecciati con la 'ndrangheta e la camorra, l'arresto di Liggio - nel 1974 - che gli spalanca le porte della leadership. Una scalata vertiginosa, a colpi di lupara, fucile e mitra, l'irruzione silenziosa nei salotti della politica, grazie all'asse costruito con Vito Ciancimino, il sindaco mafioso, e con il potente ras democristiano Salvo Lima. Riina sembra invincibile. Fino al maxiprocesso, all'arresto e la conferma gli ergastoli. Siamo a metà anni Novanta. Poco prima però il Capo dei Capi dichiara guerra allo Stato, decretando l'eliminazione di Giovanni Falcone e Paolo Borsellino, organizza Capaci e via d'Amelio, pianifica le stragi nel continente. La mafia spara e non perdona. Fa vittime eccellenti. La follia stragista crea i prodromi della presunta trattativa.

Dal silenzio sulla mafia al silenzio della mafia. Parlano i pentiti e disegnano il ritratto di Totò u curtu. Spietato, malvagio, tragediatore e ragionatore. Capace di isolare e delegittimare il consenso che si era creato intorno a Stefano Bontade e Salvatore Inzerillo, boss di Santa Maria del Gesù e di Passo di Rigano, prima di ordinarne la morte come un atto necessario "voluto da tutti". Riina fu autore di un'opera di selezione interna del gruppo dei "corleonesi", realizzata attraverso la progressiva eliminazione degli uomini d'onore non ritenuti da lui affidabili al cento per cento. La legge di Riina era chiara: chi sbaglia, paga. E paga con la sanzione di morte. Mafiosi, magistrati, politici, poliziotti, giornalisti, avvocati. Bastava appena un cenno d' intesa nei summit mafiosi, ad esempio alla fine di un pranzo in campagna, per eseguire la sentenza.

Agli ordini dello zio Totò una schiera di discepoli: giovani, sicari sicuri, dal grilletto facile e senza pietà. Uno dei più famosi era "occhi di ghiaccio" Giuseppe Lucchese, fedelissimo di Riina. Alle sue dipendenze spiccavano anche Agostino Marino Mannoia, Pietro Aglieri, Giovanni Drago. Ma siccome chi sbaglia paga, è emblematica la fine di "Scarpuzzedda", Pino Greco, diventato improvvisamente troppo spavaldo al punto da non partecipare più alle riunioni della commissione, e ucciso dagli amici Luccese e Vincenzo Puccio mentre beveva il caffè in quello che sembrava un incontro di routine.

Riina come Hitler, Riina la belva. Piegato dalla malattia, ma fino alla fine capace di non fare un passo indietro. Mai domato neanche dal 41 bis, cucito apposta per tenerlo a bada, eppure ritenuto ancora influente, a 87 anni. Nessun pentimento ("neanche se campassi altri 3.000 anni in carcere"). Fino all'ultimo respiro è stato riconosciuto il "capo". Uomo capace di dare ordini e comminare sentenze di morte da dietro le sbarre. Come quella al pm Nino Di Matteo, che fece alzare al massimo grado la protezione del magistrato palermitano. "Lasciamolo correre sto viddanu, tanto da qui deve passare", disse una volta di lui Stefano Bontade. E di corsa Riina ne ha fatta tanta. Fino a oggi.

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