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Venerdì, 14 Giugno 2024
Mafia

Il patto tra 'Ndrangheta e Cosa nostra per piegare lo Stato: ergastolo per il boss Graviano

La sentenza d'appello a Reggio Calabria. Stessa condanna per il capomandamento calabrese Rocco Santo Filippone. Passa anche in appello la tesi di un'alleanza tra cosche nell'ambito di "una guerra totale" alle istituzioni che sfociò nelle stragi del 1993 e in alcuni attentati ai danni di carabinieri. Le difese: "Teorema senza fondamenta"

La Corte d'Assise d'Appello di Reggio Calabria, presieduta da Bruno Muscolo, ha confermato le condanne all'ergastolo nell'ambito del processo "'Ndrangheta stragista" per il superboss di Brancaccio, Giuseppe Graviano, e per Rocco Santo Filippone, ritenuto capomandamento di Melicucco, centro della Piana di Gioia Tauro, accusato di essere affiliato alla cosca Piromalli.

I giudici, dopo circa sei ore di camera di consiglio, hanno dunque confermato la sentenza di primo grado ritenendo Graviano e Filippone i mandanti degli attentati ai carabinieri avvenuti fra la fine del 1993 e il febbraio del 1994. Nel secondo dei tre agguati persero la vita vicino a Scilla (in provincia di Reggio Calabria), i carabinieri Antonino Fava e Vincenzo Garofalo. Gli autori materiali del delitto, Consolato Villani, divenuto collaboratore di giustizia, e Giuseppe Calabrò sono già stati condannati in via definitiva.

La sentenza d'appello, così come quella di primo grado, avalla quindi l'ipotesi accusatoria portata avanti dal procuratore aggiunto Giuseppe Lombardo e basata sulla tesi di una "guerra totale" allo Stato come "decisione unitaria" di "'Ndrangheta e Cosa nostra" sfociata anche negli attentati del 1993 a Roma, Firenze e Milano e negli attentati ai carabinieri, allo scopo costringere lo Stato ad intervenire in particolare per rendere meno afflittivo il carcere duro in cambio della cessazione degli attentati. A "coordinare" le stragi, secondo la procura generale, sarebbe stato proprio il boss di Brancaccio, determinato ad "accelerare il progetto stragista" (anche con l'attentato fallito allo Stadio Olimpico di Roma).

Per il procuratore Lombardo, che nella sua requisitoria ha posto l'accento anche "sull'apporto dei collaboratori di giustizia", le "famiglie apicali" di 'Ndrangheta mandanti degli attentati ai carabinieri sono quelle dei De Stefano e Piromalli, che avrebbero ricevuto "la doppia affiliazione", vale a dire in Cosa nostra e nella stessa 'Ndrangheta.

Le ipotesi della procura generale, accolte dai giudici, sono state contestate nelle loro arringhe dagli avvocati di Graviano, Giuseppe Aloisio e Federico Vianelli, e dai legali di Filippone, Guido Contestabile e Salvatore Staiano. Secondo questi ultimi in particolare, Filippone "che ha 83 anni ed è in gravi condizioni di salute, non può morire in carcere con lo stigma dello stragista, perché non lo è mai stato". I difensori hanno sottolineato come la prova sia "malformata, gracile, imperfetta e discordante", evidenziando come il collaboratore di giustizia Villani "dice di non sapere chi ha armato la sua mano", il secondo collaboratore, Nino Lo Giudice, afferma "di avere certezze sul mandato di Filippone" proprio "per averlo appreso dall'incerto Villani" nonché da Calabrò, il quale, però, "smentisce il coinvolgimento dello zio (Filippone, ndr)".

Secondo i legali di Graviano, quello proposto dalla Procura generale è un "un teorema senza fondamenta" e le accuse al boss di Brancaccio una "cortina fumogena. Aspettiamo di leggere quelli che sono i motivi di argomentazione spesi dalla Corte per confermare la sentenza di primo grado. Noi ci batteremo ancora. Per noi non è finita, la partita è in gioco. Sinceramente, a differenza del primo grado, dove mi aspettavo qualcosa di positivo, questa volta non avevo aspettative". Così all’Adnkronos l’avvocato Aloisio, difensore di Graviano.

"Un risultato non soltanto inauspicato ma che si rappresenta colmo di lacune giuridiche. Perlomeno questo è ciò che sostiene la difesa", dice sempre all'Adnkronos l'avvocato Staiano, difensore di Filippone. "Questa sentenza grida ricorso per Cassazione. La difesa tutta continua a credere, anche dopo questa decisione, nell'innocenza di Rocco Filippone. Si augura solo che la ritardata assoluzione - perché la Cassazione non potrà mantenere questa statuizione - non arrivi troppo tardi. Abbiamo un innocente in carcere e con l'ergastolo, la lotta continuerà con maggiore e rinnovato impegno", ha dichiarato invece l'avvocato Contestabile che assiste pure lui Filippone.

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