Lunedì, 15 Luglio 2024
Mafia

Via D'Amelio, mentì sul furto della 126 e depistò le indagini: ora chiede un risarcimento allo Stato

Bocciata dalla Cassazione la richiesta di Salvatore Candura, che si riteneva "vittima di un errore giudiziario". Nel 1994 patteggiò la pena per aver rubato l'auto, ma dopo la sentenza di revisione del processo sulla strage è stato assolto. Per i giudici la falsa confessione non è stata frutto di violenze subite ma di una libera scelta

Aveva mentito raccontando di essere stato lui a rubare la Fiat 126 poi imbottita di esplosivo ed utilizzata per compiere la strage di via D'Amelio, in cui il 19 luglio 1992 morirono il giudice Paolo Borsellino e gli agenti della sua scorta. Una delle bugie sulle quali era stato costruito "uno dei più gravi depistaggi della storia giudiziaria italiana", impedendo - ancora oggi - l'accertamento pieno della verità. Salvatore Candura, 62 anni, confessando il furto mai commesso aveva patteggiato la pena nel 1994, era stato poi inevitabilmente assolto nel 2017 dopo la sentenza di revisione del processo sulla strage. E, a dispetto di tutto, ha pure chiesto un indennizzo allo Stato per l'errore giudiaziario di cui si ritiene vittima. Un'istanza ora definitivamente rigettata dalla Cassazione.

La quarta sezione della Suprema Corte, presieduta da Patrizia Piccialli, ha infatti confermato la decisione già presa dalla Corte d'Appello di Catania a maggio scorso, condividendo integralmente le conclusioni dei giudici, secondo cui "a dare causa all'errore giudiziario sono state indubbiamente le dichiarazioni di Candura" e "non ci sono prove di violenze fisiche e psicologiche subite dalle forze dell'ordine per costringerlo a confessare un reato non commesso". Da qui anche la condanna a pagare le spese processuali.

A dimostrare che Candura è stato "causa del suo male", c'è tra l'altro il fatto che per 10 anni ha beneficiato del programma di protezione senza mai ritrattare, salvo poi fornire la vera versione dei fatti riferendo però anche delle presunte violenze patite per raccontare il falso. Che non fosse stato lui a rubare la 126 era venuto fuori soltanto con le rivelazioni di Gasapre Spatuzza, uno dei collaboratorei di giustizia grazie ai quali è stato poi possibile riscrivere correttamente una parte della Storia, smontando completamente tutte le menzogne del falso pentito Vincenzo Scarantino. E quelle di Candura.

"Pur non essendo dubbio che Candura sia stato indotto a rendere le dichiarazioni che hanno poi costituito l'avvio dell'attività di depistaggio - rimarca la Cassazione - non è stato provato che egli fosse vittima di pressioni psicologiche e atti di violenza fisica tali da azzerare la sua volontà, essendo più verosimile che egli sia stato indotto alle dichiarazioni autoaccusatorie con la prospettazione di vantaggi di varia natura, non potendosi pertanto escludere che la falsa confessione sia stata frutto di un atto di autodeterminazione che, per quanto condizionato, è rimasto almeno in parte frutto di una libera scelta, ispirata da valutazioni di convenienza".

Elementi che per i giudici integrano il "dolo o colpa grave che per legge sono ostativi al riconoscimento dell'indennizzo" per riparare ad un evenutale errore giudiziario. La Suprema Corte riporta come nella sentenza di patteggiamento del 1994 per il furto della 126 si legga: "Determinanti si rivelavano le dichiarazioni dello stesso Candura il quale, dopo prime incertezze, assumeva atteggiamento di collaborazione con l'autorità giudiziaria e oltre ad ammettere le sue responsabilità, forniva concrete e puntuali indicazioni circa colui che gli aveva commissionato il detto furto". A riprova che tutto è nato dalle stesse dichiarazioni di Candura.

"Con motivazione ineccepibile - sottolinea ancora la Cassazione - la Corte (di Catania, ndr) ha evidenziato che l'azione di depistaggio ha, evidentemente, incontrato il favore della volontà, dolosa o gravemente colposa, di Candura; volontà trasfusa, quale argomento dirimente, nel processo, essendo rimasto privo di valido fondamento probatorio l'assunto secondo il quale tale volontà sarebbe stata annullata dalle violenze fisiche e psicologiche subite ad opera di funzionari della polizia di Stato". Da qui il rigetto definitivo della richiesta di indennizzo e la condanna al pagamento delle spese.

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