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I rilievi della squadra mobile in via Patti subito dopo l'agguato

I rilievi della squadra mobile in via Patti subito dopo l'agguato

L'agguato di via Patti e la faida allo Zen, restano in carcere i fratelli Maranzano

Il gip ha ritenuto sussistenti i gravi indizi di colpevolezza a carico degli indagati, fermati alcune ore dopo la sparatoria di martedì scorso in cui erano rimasti feriti Giuseppe e Antonino Colombo, padre e figlio. L'inchiesta è destinata ad allargarsi visto che al momento gli arrestati sono due, ma le armi utilizzate sarebbero state almeno tre

Restano in carcere i fratelli Litterio e Pietro Maranzano, di 35 e 21 anni, fermati martedì scorso, alcune ore dopo l'agguato tra via Patti e via de Gobbis, allo Zen, in cui sono rimasti feriti Giuseppe e Antonino Colombo, padre e figlio. Il gip Filippo Serio ha infatti ritenuto che sussistano i gravi indizi di colpevolezza a carico dei due indagati per il duplice tentativo di omicidio e ha applicato loro la misura cautelare, così come richiesto dal procuratore aggiunto Salvatore De Luca e dai sostituti Amelia Luise ed Eugenio Faletra.

I Maranzano, difesi dagli avvocati Angelo Formuso ed Alfonso Papa, avevano deciso di avvalersi della facoltà di non rispondere durante l'udienza di convalida. Contro di loro ci sarebbe soprattutto la testimonianza di una donna, che era presente al momento non solo della sparatoria, ma anche dei vari scontri che nella giornata di martedì l'avrebbero preceduta. E' stata lei a fare i loro nomi. Anche una delle vittime, inizialmente, appena arrivata a Villa Sofia, aveva indicato i Maranzano come i suoi aggressori ai poliziotti della squadra mobile, salvo poi rifiutarsi di firmare il verbale, temendo gravi ritorsioni.

La Procura contesta anche l'aggravante di aver agevolato Cosa nostra, ritenendo che l'agguato sia maturato nell'ambito di una faida legata al controllo del territorio, che si è peraltro consumata con metodi tipicamente mafiosi. E' evidente che nell'inchiesta, oltre ai Maranzano, sarebbero coinvolte anche altre persone, visto che, secondo gli investigatori, sarebbero state utilizzate almeno tre diverse pistole per sparare ai Colombo. Inoltre, la testimone ha raccontato che al momento dell'agguato in via Patti sarebbero arrivate almeno cinque macchine e diversi scooter con un numero significativo di uomini, un "commando", come lo definiscono i pubblici ministeri.

Tutto sarebbe nato, secondo la donna - che dopo la sparatoria aveva subito chiamato la polizia - da una spallata data scherzosamente da uno dei Colombo a un commerciante dello Zen, all'uscita del bar Cherry. Una scena a cui avrebbero assistito i Maranzano, che avrebbero detto ad Antonino Colombo: "Testa di minchia la finisci di insultarlo? Quando dici tu la finisci".

Dietro all'episodio, però, vi sarebbe un astio profondo e risalente nel tempo, secondo l'accusa: i Maranzano, infatti, sarebbero stati particolarmente risentiti da alcune voci, secondo cui i Colombo e un indagato per mafia avrebbero voluto che andassero via dallo Zen, per la loro "cattiveria". Gli indagati avrebbero a quel punto deciso di cacciare loro dal quartiere i loro "nemici". Tanto che Litterio Maranzano avrebbe detto senza mezzi termini alla testimone: "Uora ri ca a stasira o chi buoni o chi cattivi i Colombo si n'anno agghiri ru Zen, sinnò ci sparamu".

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