Mafia, maxi sequestro ai Virga “Pilotavano aziende e appalti”

Grazie al cosiddetto "metodo Siino" erano riusciti a creare una rete che gli consentiva di gestire le gare pubbliche, sapendo quali offerte, quali ribassi presentare e quali aziende fare vincere. AddioPizzo, al quale erano affiliati i Virga, aveva ritenuto opportuno non inserirli nel circuito del consumo critico

Da destra Riccardo Sciuto e Adelmo Lusi

Un impero smisurato e creato dal nulla, da una famiglia composta in passato da operai e casalinghe e ritenuta vicina ai boss corleonesi. Poi l’inarrestabile ascesa che li ha portati a trasformarsi in una vera e propria holding capace di vincere numerosi appalti pubblici grazie al “metodo Siino”. Si può riassumere così la storia della famiglia Virga, originaria di Marineo, molto attiva soprattutto nelle forniture di calcestruzzo. La Dia, dopo numerose e attente indagini, è arrivata a sequestrare loro un patrimonio da 1,6 miliardi di euro, composto da aziende, quote azionarie, titoli, assicurazioni, immobili e mezzi (GUARDA VIDEO).

“Questa di oggi - spiega il vice direttore operativo della Dia, il generale Adelmo Lusi - si può considerare uno dei più grandi sequestri nella storia della Direzione investigativa antimafia, forse il più grande in Italia. La famiglia Virga è arrivata negli anni, grazie anche ai contatti con i Madonia, a costituire tre trust affidandoli al loro commercialista”. Si sarebbero spogliati formalmente dei loro beni intestandoli a un uomo di fiducia, Francesco Maria Rappa, nel tentativo di eludere i controlli ed evitare aggressioni patrimoniali alle loro aziende. Per costituire il loro impero avrebbero sfruttato il cosiddetto “metodo Siino”, creando una fitta rete di realtà da coinvolgere negli appalti.

“Così facendo - spiega Riccardo Sciuto, al comando del Centro operativo della Dia di Palermo - riuscivano a controllare il sistema, sapendo in anticipo con quali offerte e con quali ribassi partecipare alle gare pubbliche e, dunque, cosa scrivere nelle buste”. Con la loro potenza e influenza decidevano a chi fare vincere l’appalto, riuscendo ad avvantaggiare la propria famiglia e il suo business”. Le certosine indagini che hanno condotto nel maggio 2015 alla richiedere la misura di prevenzione sono state confermate da alcuni collaboratori di giustizia, le cui dichiarazioni rese anche in altri procedimenti penali avrebbero fornito spunti utili per la ricostruzione dei fatti.

LEGGI ANCHE: LA LISTA DELLE AZIENDE COINVOLTE

In passato i Virga avevano avuto contatti con AddioPizzo, probabilmente per costruirsi un’immagine che facesse da scudo alle loro presunte attività illecite. “Dopo qualche vicissitudine giudiziaria - spiega Sciuto - avevano pensato di avvicinarsi all’associazione antracket con l’obiettivo di affrancarsi rispetto ai procedimenti per loro negativi. Una strategia per creare un sistema di spartizione di denaro e potere”. AddioPizzo, infatti, ha voluto precisare in una nota che “da anni aveva ritenuto non opportuno includere nella rete di consumo critico le società sopracitate. Tale scelta - si legge - è stata compiuta in tempi non sospetti e nonostante gli operatori economici avessero sporto delle denunce per degli episodi estorsivi”.

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I vari componenti della famiglia Virga, spiegano ancora dalla Dia, dichiaravano redditi che andavano dai 15 ai 200 mila euro all’anno, con cifre plausibili per un imprenditore che però contrastavano con l’immenso impero costituito negli anni grazie al “gruppo imprenditoriale” che riusciva, tramite l’appoggio del mandamento di Corleone, a pilotare l’aggiudicazione di appalti in Sicilia e anche in Toscana. “Oltre alla mafia - aggiunge Sciuto - qualcuno della politica potrebbe averli agevolati, così come sembrerebbe dalle parole di alcuni collaboratori di giustizia”. Le indagini condotte, d’intesa con il procuratore aggiunto Dino Petralia, trae origine da una proposta del direttore della Direzione investigativa antimafia Nunzio Antonio Ferla ed è stato emesso dalla sezione Misure di prevenzione presieduta, presieduto da Silvana Saguto.

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