Gammicchia, un impero costruito coi soldi dei boss: poi quello sgarro punito con le fiamme

Le parole dei pentiti e le conferme nelle indagini della finanza. Dai 100 milioni di lire investiti dai Galatolo "per farlo iniziare", alla testa di capretto per un concorrente che voleva aprire vicino. Ma c'è anche la ritorsione subita dopo aver acquistato la villa di un mafioso all'asta giudiziaria

L'incendio da Gammicchia in viale Strasburgo del 2015

Nonostante risulti incensurato per gli investigatori l’ascesa del “ras degli pneumatici” Vincenzo Gammicchia sarebbe stata segnata dalla partecipazione di Cosa nostra, tanto che il boss dell’Acquasanta Vincenzo Galatolo - suo compare d’anello - avrebbe investito nelle sue attività 100 o 200 milioni di lire “per farlo iniziare”. E le conferme sulla sua vicinanza alle famiglie sarebbero arrivate, negli anni, da numerosi collaboratori di giustizia. “E’ una vita - si legge nelle dichiarazioni rese da Angelo Fontana, conosciuto come “u ‘mericano” - che è socio di Galatolo, ha tante proprietà con mio zio Enzo e Pino Galatolo”.

Le parole dei pentiti, confluite poi nelle indagini deli militari del Gruppo d'investigazione sulla criminalità organizzata della finanza che hanno portato al sequestro da 17 milioni di euro, sarebbero servite a fare luce su alcuni episodi come l’incendio dell’attività di viale Strasburgo nel 2015, sul ritrovamento di una testa di capretto sulla recinzione di un altro imprenditore che stava per aprire un’attività vicina alla sua e poi si è trovato costretto a cambiare idea: “Non dobbiamo aprire più”, disse al figlio. Sempre Fontana racconta alla Procura del suo progetto di aprire un’agenzia di scommesse durante il boom del settore e di aver scelto un immobile che risultava intestato a Gammicchia.

Dopo aver avviato i lavori di ristrutturazione Pino Galatolo, durante un incontro con Fontana, sembra voler chiarire i rapporti tra Gammicchia e la “famiglia”: “Perché non lo sai che Enzo è socio nostro?”. Ma l'altro, a causa di alcuni dissapori con i suoi parenti, decise quindi di mollare tutto e annullare il contratto. Queste dichiarazioni sono state incrociate con altri elementi che sarebbero poi serviti a chiudere il cerchio. Collaborando con gli inquirenti Vito Galatolo ha infatti riferito che Gammicchia “si metteva a disposizione anche per l’intestazione di beni della nostra famiglia. Ricordo in particolare che lo stesso era prestanome per mio zio Pino di un magazzino in via Don Orione”.

Le immagini del sequestro | VIDEO

Intestarsi beni non era però, secondo le tesi della guardia di finanza condivise dai giudici, l’unico modo per dare il proprio apporto. “Gammicchia - si legge nel decreto di sequestro - era solito mettere a disposizione i locali della sua attività per incontro fra esponenti mafiosi. Nello stesso periodo si metteva a disposizione consentendo, allorquando serviva un’auto per commettere un delitto, di duplicare le chiavi delle vetture prese in consegna” fornendo all'occorrenza anche l’indirizzo dei proprietari dei mezzi. Un’ulteriore conferma arriverebbe dalle parole di Vito Galatolo al quale Vincenzo Graziano, considerato in passato capomandamento di Resuttana, dopo l’ultima scarcerazione del 2012 gli disse che Gammicchia “gli aveva chiesto di non tenere più riunioni presso la sua attività perché si sentiva attenzionato dalla polizia”.

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Una delle sedi di Gammicchia è stata anche teatro di un incendio di cui, anni dopo, sarebbe stata chiarita la matrice. Vincenzo Gammicchia infatti avrebbe “osato” acquistare una villa nella zona di via Lanza di Scalea all’asta giudiziaria. Una villa con piscina che era stata sequestrata “ai cristiani” e riconducibile a Ino Corso, all’epoca in carcere. Stando alle dichiarazioni di Manuel Pasta, collaboratore dal 2010, il detenuto avrebbe preteso un conguaglio dato il vantaggioso prezzo d’acquisto (650 mila euro invece che un milione circa). Gammicchia avrebbe quindi contattato tale Enzo Sammarco, chiudendo la vicenda con la promessa di pagare 55 mila euro in rate mensili da 5 mila euro.

“In quel frangente - scrivono i giudici - l’architetto Liga concordò sul fatto che una volta concluso il pagamento l’imprenditore (che fino ad allora non aveva pagato il pizzo per la sua riconducibile della sua attività ai Madonia) avrebbe dovuto iniziare a versare 5 mila euro a Natale e Pasqua”. In quella stessa villa, dove abitava uno dei figli di Vincenzo Gammicchia, venne danneggiato a martellate il citofono come ritorsione. Quasi contestualmente, a giugno del 2015, vennero appiccate le fiamme alla rivendita di viale Strasburgo dove furono individuate chiaramente le tracce di una bottiglia di benzina.

A gennaio di quello stesso anno Sergio Macaluso, ricostruiscono gli investigatori, viene intercettato mentre spiega perché Gammicchia avrebbe meritato quel danneggiamento: “Li devo fare correre a tutti nel giornale lo devo fare ‘affacciare’… così si sbaracchianu gli occhi in tanti dice… perché ognuno, a casa sua quando si legge il giornale lo sa chi è che fu e chi è che non fu”. Poi, in altra occassione, parlando con il ras degli pneumatici gli dice: “Mi deve scusare lei ha i capelli bianchi ma lei se l’è andata a fare la strada dopo che è finita questa tarantella…si è andato a informare prima di andarsi a comprare una casa sequestrata per mafia, di chi era e di chi non era?" E Gammicchia fra le altre cose risponde: “Mi sono sempre messo a disposizione degli amici… una lira non l’ho mangiata mai di questi soldi e ora sono chiamato che mi prendevo il pizzo”. 

Sulla scorta di questi elementi i giudici della prima sezione penale delle misure di prevenzione del tribunale di Palermo hanno emesso il decreto sostenendo che “l’ipotesi a fondamento della richiesta di sequestro è che la stessa attività d’impresa è stata avviata, finanziata e condotta con fonti e modalità illecite. Tale dato consente di prescindere dall’eventuale giudizio di proporzione fra entrate e uscite. Il nucleo familiare ha fatto ricorso ad entrate non dichiarate e di provenienza illecita per mantenimento e investimenti”. In attesa dell’udienza fissata per metà dicembre l’impero costruito a partire dal 1976 dall'imprenditore ritenuto "soggetto socialmente pericoloso in quanto appartenente (anche se non partecipe) al sodalizio mafioso" è stato affidato a un amministratore incaricato dal tribunale, l’avvocato Giovanni Barresi.

L'elenco dei beni

I giudici hanno disposto il sequestro di vari immobili tra i quali alcuni appartamenti in via Ruggero Marturano, una villa a Isola delle Femmine acquistata da un costruttore ritenuto legato alla mafia, un ottavo di una proprietà di largo Iccara a Palermo, vari magazzini, un immobile in viale Regione, un negozio di via Don Orione, un capannone in via Thaon di Revel, vari veicoli acquistati in annate in cui è stato rilevato un deficit finanziario, il complesso dei beni aziendali intestati alla moglie, un immobile e un magazzino di via Ausonia, due magazzini in via Montalbo e via Aloisio Juvara, una Bmw X1 da 44 mila euro, un villino in via Fabio Besta, una Ducati Hypermotard da 10 mila euro, le quote dell’imprenditore riconducibile al Consorzio Punto Car, saldi attivi, rapporti bancari, finanziari, titoli, polizze sue e della famiglia, compresa la nuora.

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