Mafia, pizzo ad una fiction tv: sequestro beni da 1,7 milioni

Nel mirino Tommaso Castagna, arrestato nell’operazione “Atropos”, ritenuto appartenente alla famiglia della Noce. I sigilli sono scattati per un’agenzia di onoranze funebri, un magazzino e disponibilità finanzieri a lui riconducibili

La guardia di finanza ha sequestrato una società e relativo complesso aziendale, una ditta individuale, un magazzino, un autoveicolo e disponibilità finanziarie, del valore complessivo di oltre 1,7 milioni di euro, in esecuzione di un provvedimento emesso dal Tribunale di Palermo - Sezione Misure di Prevenzione, su richiesta della locale Procura della Repubblica.

Si tratta della “Castagna onoranze funebri” e della ditta “Don Cafè” di Cristian Di Bella. I beni sono stati sequestrati ad un cinquantenne palermitano – Tommaso Castagna - già arrestato nell'ottobre 2012 nell'operazione di polizia "Atropos", per estorsione ed associazione a delinquere di stampo mafioso, in quanto ritenuto appartenente alla famiglia della Noce.

L'attività investigativa aveva consentito di ricostruire le modalità dell'imposizione del "pizzo" a numerosi imprenditori e commercianti dei quartieri controllati. A lui era stato contestato il reato di estorsione aggravata in quanto, con minacce e intimidazioni, erano state imposte ad una società di produzione cinematografica, impegnata sul capoluogo nelle riprese di una fiction per la tv ("il segreto dell’acqua con Riccardo Scamarcio" ndr), assunzioni e prestazioni di servizi non necessari. Per questo, lo scorso maggio gli è stata inflitta una condanna a 10 anni di reclusione.

Il provvedimento di sequestro ha riguardato attività commerciali, un magazzino, un autoveicolo e disponibilità finanziarie riconducibili al nucleo familiare di Castagna, nonchè ad un altro soggetto convivente allo stesso indirizzo. Quest'ultimo ha dichiarato redditi esigui e comunque incompatibili con gli investimenti necessari per l'avvio di un'attività commerciale. “Per tali ragioni – si legge in una nota della Finanza - il Tribunale di Palermo ha ritenuto tale attività come direttamente riconducibile al condannato e ricompresa tra i beni considerati frutto delle attività illecite o reimpiego dei relativi proventi, attesa la sproporzione con i redditi dichiarati dal complessivo nucleo familiare”.

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