Venerdì, 14 Maggio 2021
Mafia

Sequestrati beni alla famiglia Riina, sigilli alla villa utilizzata durante la latitanza

I carabinieri hanno eseguito il provvedimento colpendo il "patrimonio occulto" della famiglia del sanguinario boss. In amministrazione giudiziaria l'azienda agricola dell'ente Santuario Maria Santissima del Rosario di Corleone

Sigilli a conti correnti, tre società, una villa e numerosi terreni della famiglia Riina. I carabinieri hanno eseguito un decreto di sequestro beni da 1,5 milioni di euro emesso dalla sezione Misure di prevenzione del tribunale di Palermo, su proposta dalla Procura della Repubblica, colpendo il “patrimonio occulto” riconducibile al sanguinario boss, alla moglie Ninetta Bagarella e ai figli Giuseppe Salvatore, Maria Concetta e Lucia.

“Punto cruciale dell’indagine patrimoniale - spiegano dal Comando provinciale - è rappresentato dalla evidente sperequazione tra i redditi dichiarati negli anni dal Riina e dai suoi congiunti, da cui è stato possibile ipotizzare l’utilizzo di mezzi e di risorse finanziarie illecite. In tale quadro è emersa la significativa e continuativa disponibilità di denaro contante della famiglia, e in particolar modo della moglie la quale, malgrado i molteplici sequestri di beni subiti nel tempo ed a fronte dell’assenza di redditi ufficiali, è riuscita a emettere tra il 2007 e il 2013, assegni per un valore di oltre 42 mila euro a favore dei congiunti detenuti”.

Il sequestro comprende una villa di cinque vani a Mazara del Vallo nella quale, in passato, Salvatore Riina avrebbe trascorso la latitanza con il proprio nucleo familiare nel periodo estivo. Le indagini hanno rivelato l’effettivo proprietario dell’immobile, ceduto dopo la cattura del boss (nel gennaio del 1993) al fratello Gaetano, il quale l’ha occupata ininterrottamente attraverso un fittizio contratto di locazione. Nel lontano 1984 Gaetano Riina aveva già subito la confisca dell’abitazione a lui intestata, in contrada Banno Miragliano di Mazara del Vallo, da parte del Tribunale di Trapani, nella persona del giudice Alberto Giacomelli che proprio per questo motivo subì la vendetta dei corleonesi che lo hanno ucciso il 14 settembre 1988. Delitto per il quale Riina è stato condannato all’ergastolo.

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Le intercettazioni hanno rivelato come l’abitazione sequestrata fosse stata oggetto di disputa tra Gaetano Riina e la cognata Ninetta Bagarella, che ne rivendicava la proprietà per i suoi figli. Il provvedimento odierno, eseguito dai militari del Ros e dei comandi provinciali di Palermo e Trapani, è stato esteso alle province di Lecce e Brindisi, ovvero dove sono stati localizzati i beni aziendali formalmente intestati a Antonino Ciavarello, genero di Salvatore Riina, e relativi a Rigenertek srl, Ac Service e Clawstek, società operanti nella vendita di auto. Aziende che, stando all’esito delle indagini patrimoniali, sarebbero state costituite con proventi di presunta derivazione illecita. Infatti l’esame incrociato della contabilità di queste aziende ha evidenziato una sperequazione di ben 480 mila euro, immessi per lo più in contanti e in numerose tranche nei patrimoni sociali senza alcuna giustificazione legale.

Il Tribunale di Palermo, insieme al sequestro, ha posto in amministrazione giudiziaria l’azienda agricola dell’ente Santuario Maria Santissima del Rosario di Corleone. In particolare è stata accertata l’ingerenza di Salvatore Riina e della sua famiglia nel controllo e nella gestione di un vasto appezzamento di terreno del santuario, esercitati inizialmente attraverso Vincenzo Di Marco, storico giardiniere e autista del boss, e dal 2001 per il tramite del figlio Francesco Di Marco. Le indagini del Ros hanno fatto luce sull’irregolare gestione dell’azienda agricola, di fatto amministrata per conto della famiglia Riina alla quale spettava ogni decisione sia sull’utilizzo dei terreni che sulla distribuzione delle rendite, esautorando di fatto il legale rappresentante dell’azienda. Per tali motivi è stata disposta l’amministrazione giudiziaria per sei mesi allo scopo di consentire la rimozione degli ostacoli al libero esercizio delle attività aziendali depurandole dalle infiltrazioni mafiose.

Alcuni decisivi riscontri in tal senso sono stati ricavati dagli esiti delle indagini della compagnia carabinieri di Corleone che, nel 2012, ha documentato l’esistenza di una controversia per la gestione di tali terreni tra il figlio del capo mandamento Leoluca Lo Bue e Francesco Di Marco, che aveva costretto quest’ultimo a rivolgersi prima a Giuseppe Salvatore Riina e successivamente alla madre Antonina Bagarella. “La questione, dopo un lungo e aspro confronto, era stata risolta a favore del Di Marco, rimanendo cogente - conclude il Comando provinciale - l’iniziale decisione di Riina che il capo mandamento protempore Rosario Lp Bue non si era permesso di modificare. Il dato rappresenta un ulteriore elemento sintomatico di come l’anziano e malato capo di cosa nostra, nonostante la lunga detenzione, sia riuscito nel tempo a imporre il proprio volere riguardo dinamiche criminali non solo interne al mandamento di Corleone, ma anche nei più generali assetti di Cosa nostra. Come hanno dimostrato, nel 2008, gli esiti dell’operazione denominata Perseo”.

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