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La mafia tra vecchi business e il nuovo "affare" della crisi post Covid, allerta scarcerazioni

Nella relazione della Dia al Parlamento il quadro di Cosa nostra: l'organizzazione tra mandamenti e famiglie con i contatti oltreoceano, la corruzione come "arma" sempre più efficace e il "ricambio generazionale" con frizioni e possibili scontri anche violenti

Una struttura che si adatta ai nuovi tempi, che anche se "perde" il vertice si riorganizza e riallaccia i rapporti con le propaggini all'estero, che intercetta nuovi bisogni e che vede nella crisi economica innescata dalla pandemia Coronavirus un'invitante quando facile occasione per infiltrarsi nel tessuto economico. E' il quadro di Cosa nostra che emerge dalla relazione semestrale della Dia al Parlamento. Seicento pagine in un cui il fenomeno è analizzato in ogni suo aspetto: dalle declinazioni territoriali alle attività "preferite", dalle operazioni portate a segno dalle forze dell'ordine alle reazioni delle cosche.

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L'organizzazione

La Dia spiega che "la struttura delle organizzazioni malavitose nel territorio siciliano risulta eterogenea evidenziando nella parte occidentale dell’Isola 'famiglie' più rigidamente strutturate ed ancorate al territorio di riferimento, mentre in quella centro-orientale sodalizi dai contorni più fluidi e flessibili. Tuttavia, la pervasività della criminalità mafiosa appare su tutta la Regione ugualmente aggressiva. Cosa nostra continua a presentarsi, nell’area occidentale della Sicilia, come un’organizzazione verticistica, coordinata e strutturata in famiglie raggruppate in mandamenti anche se impossibilitata a ricostituire un organismo di vertice deputato alla regolazione delle questioni più complesse e delicate"

Mandamenti e famiglie

Sul piano dell’articolazione territoriale, a Palermo ci sono 15 mandamenti (8 nel capoluogo e 7 in provincia), a loro volta composti da 82 famiglie (33 in città45 e 49 in provincia). Negli ultimi anni, la “competenza territoriale” dei mandamenti e delle famiglie "è risultata meno rigida rispetto al passato variando in base a equilibri di potere che si ritengono meno stabili e dei conseguenti accordi". L’inoperatività della Commissione provinciale di Palermo, la "Cupola", non esclude, da parte dei consociati, "il riconoscimento della validità delle decisioni da essa assunte in passato, formalmente revocabili solo con la deliberazione di una nuova Commissione. Tuttavia, in assenza di un organo sovraordinato, la direzione e l’elaborazione delle linee operative sono perlopiù esercitate attraverso relazioni ed incontri di anziani uomini d’onore ai quali, pur in assenza di una formale investitura, viene riconosciuta l’autorità derivante dal carisma criminale e da una pregnante influenza sul territorio". 

I boss emigrati sono adesso più vicini

Cosa nostra segue due direttrici: da un lato si rinsaldano i contatti tra le famiglie dell’Isola, dall’altro, si recuperano i rapporti con le proprie storiche propaggini all’estero. "Recenti - scrive la Dia - sono, in particolare, le evidenze di una significativa rivitalizzazione dei contatti con le famiglie d’oltreoceano che sono emerse con riferimento alle dinamiche sia palermitane sia agrigentine". 

Cosa nostra, pur essendo stata duramente colpita dall’attività di contrasto, "ha dimostrato di possedere una straordinaria capacità di resilienza e ricostituzione dei ranghi e dell’operatività garantendo notevoli doti di flessibilità e adattamento".

I campi d'azione dei boss

I cardini intorno ai quali ruotano le attività criminali sono sempre gli stessi: estorsioni e usura, narcotraffico e gestione dello spaccio, controllo del gioco d’azzardo legale e illegale, inquinamento dell’economia dei territori, soprattutto nei settori dell’edilizia, del movimento terra, dell’approvvigionamento dei materiali inerti, dello smaltimento dei rifiuti, della produzione dell’energia, dei trasporti e dell’agricoltura.
"Spesso - dicono dalla Dia - ciò si realizza attraverso l’infiltrazione o il condizionamento degli Enti locali, anche avvalendosi della complicità di politici e funzionari corrotti".

Per la Dia la "corruzione costituisce un fenomeno diffuso". Tra gli esempi citati nella relazione, l’indagine “Sorella Sanità" del maggio scorso, che "ha fatto luce sulle trame occulte inerenti all’affidamento di appalti milionari nel settore sanitario pubblico siciliano ove faccendieri, imprenditori e pubblici ufficiali infedeli avrebbero alterato gli esiti delle gare indette dalla Centrale Unica di Committenza della Regione Siciliana e dall’Asp di Palermo".  E ancora l’inchiesta "Giano Bifronte", conclusa dalla guardia di finanza il 29 febbraio 2020, che "ha consentito di disarticolare un comitato d’affari composto da 9 soggetti, imprenditori e professionisti, in grado di incidere sulle scelte gestionali di pubblici dirigenti e amministratori locali i quali avrebbero asservito la pubblica funzione nel settore dell’edilizia ad interessi privati al fine di poter lucrare indebiti vantaggi economici".

Cresce l'interese per il gioco, che offre ai boss l’opportunità "di ottenere elevati guadagni a fronte di rischi relativamente limitati e che ben si presta quale strumento di riciclaggio. Inoltre, l’infiltrazione del settore, attraverso il collocamento capillare delle apparecchiature nel territorio, concorre alla creazione di una 'rete di pressione' funzionale anche alle attività estorsive e di usura, riportando la mafia al controllo pervicace del territorio, quindi, alle attività illegali più tradizionali".

La mafia, i "pesci piccoli" e le organizzazioni straniere

La Direzione investigativa antimafia definisce "articolato" il rapporto della criminalità mafiosa con la piccola delinquenza locale, spesso impiegata come forma di manovalanza, garantendo in questo modo alle famiglie la “fidelizzazione” dei piccoli sodalizi, anche stranieri. Il ricorso di Cosa nostra alle organizzazioni etniche risulta, comunque, limitato ad una collaborazione destinata ad attività criminali
circoscritte e sempre con ruoli di basso profilo. La mafia siciliana manterrebbe, cioè, il controllo delle attività delle zone di competenza, tollerando la presenza della criminalità straniera e utilizzandola per ruoli di "cooperazione marginale".  "È ormai comprovato - si legge nella relazione - come i sodalizi nigeriani, stanziati in tutto il Paese, rappresentino una presenza importante anche in Sicilia. In particolare a Palermo e a Catania nonché, e sia pure in misura minore, a Caltanissetta ove stanno acquisendo uno spazio progressivamente sempre più significativo nell’ambito dei consueti settori criminali degli stupefacenti e dello sfruttamento della prostituzione".

La pandemia è un affare ghiotto

La crisi economica legata alla pandemia ha rappresentato uno "shock improvviso che ha visto corrispondere al blocco di molte attività economiche nel territorio il conseguente crollo della domanda di beni e servizi, nazionali ed esteri. In questo contesto di sostanziale stagnazione economica, le organizzazioni criminose, movimentando il proprio denaro più velocemente rispetto ai circuiti creditizi legali, possono porsi quale alternativa allo Stato nel sussidio e sostentamento alle imprese e famiglie, atteggiandosi ad “ammortizzatori sociali”.  La Dia parla di "un 'welfare mafioso di prossimità', pertanto e che si propone di accrescere il proprio consenso nel territorio. Ad esempio, nel quartiere Zen, durante il lockdown, il fratello di un noto boss ha distribuito generi alimentari alle famiglie in difficoltà, anticipando lo Stato nelle prestazioni assistenziali. Inoltre anche se alcune attività criminose hanno necessariamente risentito di un rallentamento, come nel caso delle estorsioni, si è sviluppato lo scenario ideale per inserirsi nei circuiti produttivi legali alla ripresa delle attività cercando di intercettare i sussidi e i fondi erogati nella specifica circostanza per il sostegno delle imprese. Occorre, infatti, tenere conto del fatto che, nel periodo in esame, ha continuato a manifestarsi una spiccata propensione a pervadere il tessuto socio-economico e i locali apparati politico-amministrativi. Laddove non riesce l’infiltrazione, cosa nostra preferisce ricorrere alla corruzione. Le consorterie esercitano, infatti, la propria azione soprattutto attraverso rapporti opachi con le pubbliche amministrazioni".

Gli imprenditori alzano la testa

La Dia sottolinea però anche la crescente collaborazione da parte degliimprenditori vittime della mafia. Con denunce "certamente rilevanti dal punto di vista qualitativo, e di conseguenza, investigativo". Proprio grazie a coraggiose denunce spontanee delle vittime, il 13 ottobre 2020, ad esempio è stata conclusa a Palermo l’operazione “Resilienza”, che ha colpito venti persone considerate organiche alla famiglia di Borgo Vecchio (mandamento di Porta Nuova).

Scarcerazioni pericolose

Quella che emerge dalle parole della Dia è la fotografia di un'organizzazione a un bivio. "I risultati delle indagini - si legge nella relazione - mostrano come, da una parte l’organizzazione avverta il bisogno di tornare al rispetto di tradizionali regole storiche, dall’altra sembra verosimile il prosieguo di una fase di interregno durante la quale le componenti più prestigiose si confronteranno per assumere un nuovo assetto, sia pur in linea con la concertata, attuale, configurazione orizzontale. Le numerose scarcerazioni previste nel breve periodo potrebbero ulteriormente rimodulare gli equilibri mafiosi ed ispirare scelte strategiche, in ordine a una struttura criminale che vive una fase comunque critica di ricambio generazionale. Pur non potendo escludersi momenti di frizione e di possibile scontro, anche violento, è verosimile che fra le articolazioni mafiose prevalga l’interesse a mantenere una situazione di calma apparente, funzionale alla realizzazione degli interessi criminali".


 

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