Mafia

Trattativa Stato-mafia, giudici in camera di consiglio: si attende la sentenza d'appello

La Corte d'Assise presieduta da Angelo Pellino si è ritirata nell'aula bunker del carcere Pagliarelli, il verdetto dovrebbe arrivare nei prossimi giorni. La Procura generale aveva chiesto a giugno la conferma delle pesanti condanne emesse in primo grado contro boss, ufficiali del Ros dei carabinieri e l'ex senatore Marcello Dell'Utri

Giudici in camera di consiglio per la sentenza di secondo grado del processo per la presunta trattativa tra pezzi deviati dello Stato e Cosa nostra: la Corte d'Assise d'Appello, presieduta da Angelo Pellino, si è ritirata intorno alle 13 nell'aula bunker del carcere Pagliarelli. Non si conosce con precisione la data del verdetto, che dovrebbe arrivare tra qualche giorno.

La Procura generale, rappresentanta da Giuseppe Fici e Sergio Barbiera, al termine di una lunga requisitoria aveva chiesto a giugno la conferma delle pesanti condanne emesse in primo grado ad aprile 2018 dalla Corte presieduta da Alfredo Montalto. Nello specifico: 28 anni per il boss Leoluca Bagarella, 12 anni a testa per l'ex senatore Marcello Dell'Utri e gli ex ufficiali del Ros dei carabinieri Mario Mori e Antonio Subranni, nonché per l'ex medico e uomo di fiducia di Totò Riina, Antonino Cinà e 8 anni per l'ex capitano dei carabinieri Giuseppe De Donno. Nel frattempo è andata prescritta la condanna a 8 anni per Massimo Ciancimino, figlio dell'ex sindaco mafiodo di Palermo, Vito, accusato di concorso esterno, ed era già stata sancita la prescrizione per il pentito Giovanni Brusca, tornato libero tra mille polemiche alla fine dello scorso maggio.

Un processo molto lungo e complesso, quello sulla trattativa, al centro di un animato dibattito e che secondo alcuni, come il noto giurista Giovanni Fiandaca, non avrebbe dovuto neppure essere celebrato. Un percorso reso ancora più tortuoso dopo l'assoluzione - sin dal primo grado e definitivamente sancita anche dalla Cassazione - dell'ex ministro Calogero Mannino: per la Procura sarebbe stato lui infatti ad aver avviato la trattativa con i boss, attraverso i carabinieri, con l'obiettivo di far cessare le stragi del 1992 e 1993.

Barbiera, nella requisitoria, aveva sottolineato che "uomini delle istituzioni, apparati istituzionali deviati dello Stato, hanno intavolato una illecita e illegittima interlocuzione con esponenti di vertice di Cosa nostra per interrompere la strategia stragista".E aveva concluso: "Conclusivamente può affermarsi che la celebrazione del presente giudizio ha ulteriormente comprovato l'esistenza di una verità inconfessabile, di una verità che è dentro lo Stato, della trattativa Stato-mafia che, tuttavia non scrimina mandanti ed esecutori istituzionali perché, come ha ricordato il Capo dello Stato nello corso delle commemorazioni dell'anniversario della strage di Capaci o si sta contro la mafia o si è complici. Non ci sono alternative". Tesi da sempre respinte dai difensori degli imputati.

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