Lunedì, 14 Giugno 2021
Mafia

Colpo ai boss di Porta Nuova e Bagheria, piccoli sconti ma diventano definitive 32 condanne

La Cassazione si è pronunciata sul processo nato dall'inchiesta "Panta Rei" che nel 2015 smantellò i due clan. Ridotte le pene a 15 imputati, tra cui Teresa Marino che gestiva la cosca mentre il marito Tommaso Lo Presti era in cella, Paolo Calcagno e Domenico Tantillo. Confermate anche 5 assoluzioni

Il frame di un'intercettazione dell'operazione "Panta Rei"

La gente del Borgo era scesa in piazza il 16 dicembre del 2015 per omaggiare il boss Domenico Tantillo, mentre veniva portato via dai carabinieri che avevano appena messo a segno l'operazione "Panta Rei", smantellando il clan di Porta Nuova ma anche quelli di Bagheria e Villabate. Quel giorno furono fermate altre 37 persone, compresa Teresa Marino, 44 anni, madre di cinque figli e sposata col boss Tommaso Lo Presti, di cui aveva preso il posto durante la detenzione. Adesso la seconda sezione della Cassazione ha concesso piccoli sconti di pena a una parte degli imputati, ma ha confermato le 32 condanne e le 5 assoluzioni già sancite in appello.

I giudici, dopo una camera di consiglio durata oltre otto ore, hanno deciso di far cadere una delle aggravanti del 416 bis (quella legata al reinvestimento di profitti illeciti in attività economiche) per 15 persone, riducendo quindi le loro condanne. Inoltre, la Suprema Corte ha disposto che venga celebrato un nuovo processo proprio per Teresa Marino, che verterà però soltanto sull'applicazione della pena accessoria della sospensione dell'esercizio della potestà genitoriale, e per il collaboratore di giustizia Massimiliano Restivo,già condannato a 4 anni e 8 mesi, per il quale si dovrà valutare l'applicazione dell'attenuante speciale prevista per i pentiti.

Nello specifico, ad ottenere una riduzione della pena sono stati: Marino, che passa da 10 anni e 8 mesi a 8 anni, Paolo Calcagno da 15 anni e 4 mesi a 12 anni, Domenico Tantillo da 16 anni a 12 anni, Giampiero Pitarresi da 14 anni a 10 anni e 8 mesi, Salvatore Mulè da 13 anni e 4 mesi a 10 anni, Giuseppe Di Cara da 11 anni a  9 anni e 4 mesi, Giuseppe Ruggeri da 12 anni a 9 anni e 4 mesi  (in primo grado era stato assolto dall'accusa di associazione mafiosa ed era stato condannato ad appena 3 anni), Rocco Marsalone da 11 anni e 8 mesi a 9 anni, Alessandro Bronte da 11 anni 6 mesi e 20 giorni a 8 anni 10 mesi e 20 giorni, Carmelo D'Amico da 11 anni e 4 mesi a 8 anni e 8 mesi, Salvatore David, Francesco Paolo Desio, Bartolomeo Militello e Giuseppe Antonino Maria Virruso che passano tutti da 11 anni a 8 anni e 4 mesi, nonché Francesco Paolo Lo Iacono che passa da 10 anni e 8 mesi a 8 anni. Gli imputati sono difesi, tra gli altri, dagli avvocati Giovanni Castronovo, Giuseppe Farina, Rosanna Vella, Debora Speciale, Angelo Barone, Angelo Formuso, Luca Cianferoni, Raffaele Bonsignore, Antonio Gargano e Giuseppina Candiotta, Michele Giovinco e Filippo Gallina.

Per il resto la sentenza è stata integralmente confermata. Diventano definitive le assoluzioni di Massimo Monti, titolare della sala bingo di via Emerico Amari (aveva avuto due anni per favoreggiamento in primo grado), Giuseppe Di Giovanni, fratello dei boss Tommaso e Gregorio, scagionato sin dal primo grado, Gaetano Tinnirello, Giuseppe Bucaro e Mario Sciortino.

Confermate invece le condanne di Antonino Abbate (6 anni), Maria Rosa Butera (un anno), Pietro Catalano (4 anni e 8 mesi), Tommaso Catalano (7 anni e 8 mesi), Pasquale Di Salvo (5 anni e mezzo), Salvatore Ingrassia (16 anni e 10 mesi), Nunzio La Torre (7 anni), Angelo Mendola (6 anni), Andrea Militello (2 anni e 4 mesi), Giuseppe Minardi (5 anni), Gaspare Parisi (13 anni e mezzo), Antonino Salerno (6 anni), Ludovico Scurato (5 anni e 4 mesi), del pentito Giuseppe Tantillo (5 anni), Francesco Terranova (5 anni e 4 mesi) e Vincenzo Vullo (9 anni).

La Cassazione ha anche confermato i risarcimenti per le parti civili, cioè il Centro Pio La Torre, Libero Futuro, Addiopizzo, Solidaria, Sos Impresa, Confesercenti, Confcommercio, Fai, Assindustria, e l'associazione Caponnetto, ma anche i Comuni di Casteldaccia, Isola delle Femmine e Villabate (rappresentati tra gli altri dagli avvocati Ettore Barcellona, Francesco Cutraro, Valerio D'Antoni, Salvatore Caradonna e Ugo Forello).

La sentenza di primo grado era stata emessa il 27 settembre del 2017 dal gup Nicola Aiello, con l'abbreviato. E durante questa fase gli imputati avevano anche escogitato una strana strategia difensiva: rimettere i mandati dei loro avvocati con la speranza che decorressero i termini di custodia cautelare e di tornare liberi. Un tentativo che non sortì gli effetti previsti e che portò a pesanti condanne. Condanne che in molti casi erano poi ulteriormente lievitate in appello, con il verdetto emesso il 20 settembre del 2019 dalla Corte presieduta da Mario Fontana.

L'inchiesta, con la quale erano emersi ben 27 episodi estorsivi, ma anche gli affari dei mafiosi con la droga, era stata coordinata dall'allora procuratore aggiunto Leonardo Agueci (oggi in pensione) e dai sostituti Francesca Mazzocco, Sergio Demontis (oggi aggiunto) e Caterina Malagoli. In appello l'accusa era stata sostenuta dal pg Rita Fulantelli.

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