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Mafia, le richieste di pizzo e la minaccia: "Ti devi vendere un polmone"

I retroscena dell'operazione "Bucatino" che ha portato all'arresto di sette persone ritenute vicine al mandamento "Palermo Centro": pestaggi, pistole mostrate al bar e una lettera scritta dal carcere. Messineo: "Violenza inaudita per questo genere di attività"

Mafia, le richieste di pizzo e le minacce

Una storia di estorsione cominciata con il furto di un camion e terminata con sette arresti (LEGGI I NOMI). Ma nel mezzo si trovano pestaggi, assunzioni a copertura delle richieste di pizzo, pistole mostrate al tavolo di un bar e lettere di minacce inviate direttamente dal carcere. Ma anche l'invito, da parte di uno dei mafiosi, a "vendere un polmone" pur di soddisfare le richieste economiche del clan. Il procuratore aggiunto Francesco Messineo commenta l'operazione dei carabinieri denominata "Bucatino" - portata a termine stamattina - sottolineando "l'inusuale violenza riscontrata nei vari episodi". "Un aspetto inquietante - aggiunge il comandante dei carabinieri Pierangelo Iannotti - riguarda la capacità di Cosa nostra di esercitare il proprio controllo sulle dinamiche cittadine e sulle attività di estorsione". (LE INTERCETTAZIONI - VIDEO)

L'INGRESSO NEL TUNNEL - Tutto ha inizio nel maggio del 2012 quando i titolari di una ditta di autotrasporti, moglie e marito, si sono visti rubare un rimorchio con un carico da 168 mila euro. Contestualmente scompare il sistema gps, facendo venire meno la copertura assicurativa e "convincendo" i due a rivolgersi alla malavita. Nasce così il primo incontro al ristorante "Bucatino" di via Principe di Villafranca - acquisito secondo gli investigatori con metodi mafiosi - e gestito da Maurizio e Giovanni De Santis, rispettivamente padre e figlio. Così Maurizio, vantando la propria affiliazione alla famiglia di Palermo Centro e la vicinanza ad Alessandro D'Ambrogio, si era "offerto" di recuperare la merce e offrire protezione dietro il pagamento i 15 mila euro da versare entro Natale, corrisposti in tre tranche, e di altri 1.500 euro al mese da quel momento in poi.

I due imprenditori si erano convinti che a rubare il carico fossero stati alcuni loro dipendenti. I De Santis decidono dunque di attivarsi per il recupero facendo visita nella sede di Termini Imerese della ditta. Lì furono convocati i lavoratori sospettati e pestati a sangue. Ma a pagarne le conseguenze furono gli stessi imprenditori, arrestati nel dicembre del 2012. Sotto pressione avevano dichiarato alcuni dettagli che avrebbero condotto le ricerche dei carabinieri sui De Santis, successivamente rinchiusi in cella per sequestro di persona e lesioni personali. Tornano così nuovamente in gioco Giovanni De Santis e la madre, Rita Salerno, che in una visita agli imprenditori gli chiedono 200 mila euro come risarcimento danni, spiegando loro che che se non avessero pagato sarebbero stati uccisi perché ritenuti "sbirri" e responsabili della chiusura del ristorante. Tanto che, pochi mesi dopo, i due sono furono fermati a piazza Unità d'Italia e minacciati nuovamente affinché versassero la somma entro una settimana.

BAR E PISTOLE - Nel luglio del 2013 gli imprenditori vengono convocati in un bar di Bagheria. Seduti al tavolo c'erano i De Santis e Pietro Flamia (cugino di Sergio). Quest'ultimo, ritenendoli responsabili dell'accaduto, ribadiva alle vittime di provvedere al pagamento del denaro. Per intimorirli ulteriormente, all'incontro si presentarono con una decina di persone a bordo dei loro scooter. Uno di loro strattonò il marito imprenditore, consigliandogli di vendere tutto ciò che possedeva, a partire dalla propria automobile. A quel punto Giovanni De Santis aprì il giubbotto per mostrare loro una pistola. Gli imprenditori si spaventarono tanto da sentirsi costretti ad allontanarsi dalla Sicilia. E in quell'occasione l'imprenditore era stato convinto del fatto che doveva fare di tutto per pagare quanto "dovuto", anche a costo di vendere un polmone. Tanto, loro, erano già pronti a "svuotargli un caricatore in testa. A lui ed alla moglie".

Messineo conferenza-2IL MEDIATORE - Al rientro, nel settembre 2013, gli imprenditori furono fermati per strada e minacciati nuovamente da Maurizio De Santis. Poco dopo subentrò nella vicenda Umberto Centineo, padre di Francesco (già detenuto in carcere a seguito dell'operazione Argo), che spiegò loro l'importanza del ruolo ricoperto dal figlio. Proprio quest'ultimo avrebbe fatto sapere agli imprenditori che era possibile chiudere la vicenda una volta e per tutte assumendo i Centineo come autisti. E così fu. Ma a ciò si aggiunse il pagamento di 1.400 euro per sostenere le spese legali del detenuto Francesco. Ma il padre, dopo appena qualche giorno, fece presente alle vittime che dagli atti processuali relativi alla vicenda di Termini si capiva chiaramente che i De Santis fossero stati arrestati dopo le loro dichiarazioni, chiedendo loro altri 32 mila euro per le spese legali. Gli imprenditori cominciarono così a tentennare, minacciando di denunciare tutto alle forze dell'ordine. Ma questo li avrebbe costretti ad “abbandonare per sempre Palermo”.

COLPO DI SPUGNA - Per risolvere la questione, Centineo decide di farli convocare in un'agenzia di pulizie di corso dei Mille, gestita da Francesco Licandri. Una volta seduti davanti alla scrivania, Licandri invita la moglie dell'imprenditore ad uscire, minacciando di morte il marito affinché consegnasse tutto il denaro richiesta. E non era importante in quale modo se li sarebbe dovuti procurare. Così gli imprenditori si videro costretti a vendere un camion racimolando 30 mila euro, per poi fornire la ricevuta a Centineo padre e dimostrare a Licandri la disponibilità economica. Ma la somma non fu ritenuta sufficiente, convincendo le vittime che non c'era altra soluzione che denunciare il fatto alle autorità competenti. "Nel centro di Palermo, già scenario di fibrillazioni - spiega il procuratore Messineo -, emerge la figura di D'Ambrogio quale referente mafioso per del capoluogo. E' sempre più chiaro - conclude - che rivolgersi alla malavita è un comportamento perdente".

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