Pizzo a tutto spiano, la dura legge del clan dell'Acquasanta: "Ti taglio la testa e ci gioco a pallone" 

I boss - in particolare Giovanni e Michele Ferrante - avrebbero imposto prezzi, orari di apertura e tipo di merce da vendere. Forniture obbligate di farina, sacchetti e carta per favorire "negozi amici". Dall'inchiesta "Mani in pasta" emergono minacce e soprusi che i commercianti avrebbero subito in silenzio

Una delle intercettazioni captate

Bottiglie incendiarie, colla nelle serrature e minacce pesantissime: sarebbero stati questi metodi del clan dell’Acquasanta per imporre a tappeto il pizzo in tutta una serie di attività commerciali. Ma, come ha ricostruito la guardia di finanza nell’inchiesta “Mani in pasta”, che martedì ha portato a 90 arresti, i boss - in particolare Giovanni e Michele Ferrante - avrebbero imposto anche farina, sacchetti di plastica e carta. Non solo: per non danneggiare i titolari di negozi “amici” sarebbero arrivati anche ad imporre prezzi, orari di apertura e tipo di merce da vendere. Ancora una volta, purtroppo, emerge un quadro desolante di soprusi che i commercianti intimoriti avrebbero subito in silenzio e calando la testa.

Il procuratore aggiunto Salvatore De Luca ed i sostituti Amelia Luise e Dario Scaletta contestano il reato di estorsione aggravata a un nutrito gruppo di indagati: Giovanni Ferrante, il fratello Michele, il figlio Francesco Pio Ferrante, Pietro Abbagnato, Ivan e Roberto Gulotta, Fabrizio Basile, Sergio Napolitano, Fabio Chiarello, Giovanni Di Vincenzo, Liborio Sciacca, Domenico Passarello, Giuseppe Patuzzo e Giulio Mutolo.

Le bottiglie incendiarie e la colla

Per “convincere” i commercianti a pagare il pizzo e a non fare troppe storie, i boss sarebbero ricorsi a metodi anche molto violenti. Bottiglie incendiarie sarebbero state usate per piegare il titolare di  una caffetteria di via La Marmora, quello di un negozio di ricambi moto di via Mattarella e quello di un ristorante etnico di via Libertà. Il clan sarebbe ricorso invece alla colla nelle serrature per far versare la tangente a Cosa nostra a due panifici, in via dell’Arsenale e in via dei Cantieri, nonché a un ristorante di via Mondello, con una succursale in via Montalbo. Tante erano le attività che in un caso Basile avrebbe sbagliato bersaglio, confondendosi tra due centri scommesse di via dei Cantieri e mettendo l’attak nelle serrature di quello errato. 

Imposizione di buste, carta e farina

Non solo soldi in contanti, i boss avrebbero anche imposto ai diversi imprenditori di rifornirsi di farina, carta, sacchetti ed altro materiale per il confezionamento da aziende a loro vicine, come la “G-Pack srl”. Il racket sarebbe stato messo in atto a danno di un panificio di via Ruggero Loria, di una rosticceria di via Thaon di Revel, di una pizzeria di via Nicolò Spedalieri, di una polleria di via Montepellegrino e di un altro panificio di via Papa Sergio I.

"Paga o salta tutto"

Il pizzo sarebbe stato imposto anche ad un’impresa edile con un cantiere in via Alessi. Qui si sarebbe presentato Basile e avrebbe apostrofato un dipendente in questo modo: “Digli al principale che si va a mettere a posto dove si deve mettere, per oggi, domani mando tutte cose per terra!”.

Il pizzo e le feste

Durante la festa dei defunti del 2017, i boss avrebbero imposto il prezzo di vendita dello “scaccio” ad un commerciante del mercato di via Montalbo, così come, in occasione di due feste di quartiere, nell’estate 2016 e in quella del 2017, avrebbero preteso una tassa di 100 o 150 euro dagli ambulanti che avrebbero montato le loro bancarelle all’Acquasanta.

“Puoi aprire solo la sera"

I mafiosi sarebbero arrivati anche a stabilire gli orari di apertura e il tipo di prodotto da vendere, in modo da non creare concorrenza ad attività a loro vicine. Al titolare di una polleria e pizzeria, per esempio, sarebbe stato intimato di non vendere rosticceria la sera e di tenere chiuso durante il giorno per non mettere in difficoltà un bar “amico”: “Non ti permettere di fare i pezzi di rosticceria perché noialtri lo sgarbo a quelli non glielo possiamo fare perché quelli sono amici… Puoi aprire, ti metti il pollo e pizza la sera e basta, il giorno devi stare chiuso, non devi aprire!”, gli sarebbe stato detto.

“Ti taglio la testa!”

Pizzo anche sulla riffa, in particolare con una tassa di 40 euro a settimana imposta ad un venditore abusivo di biglietti per continuare a fare il suo “lavoro”. Anche in questo caso, Giovanni Ferrante non avrebbe lesinato le minacce per piegare l’uomo: “Ti sto mandando all’ospedale, ti sto tagliando la testa e ci gioco a pallone!”. 

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Lo stipendio senza lavorare

Al titolare di una sala bingo di via Emerico Amari, Ferrante avrebbe invece imposto di pagare lo stipendio alla compagna, Letizia Cinà, anche se la donna non avrebbe mai lavorato nell’attività.

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