La paura per gli "spioni" e i soldi col caffè: "A Palermo ogni zona ha il suo parrino"

I sei arresti e i retroscena dell'operazione della finanza sull'asse Milano-Palermo. Tutto parte dalle dichiarazioni fornite da due collaboratori di giustizia, Vito Galatolo e Silvio Guerrera, sulle attività di riciclaggio da parte dei Fontana, storica famiglia mafiosa dell’Acquasanta

Un frame del video della guardia di finanza

La mala, le industrie del caffè, gli "sgarri". No, non è l'Uomo Ragno degli 883, ma l'operazione Coffee Break che all'alba di oggi ha portato a sei arresti. Un'indagine sull'asse Milano-Palermo che ha visto come protagonista il clan dell'Acquasanta. Tutto parte dalle dichiarazioni fornite da due collaboratori di giustizia, Vito Galatolo e Silvio Guerrera, sulle attività di riciclaggio e il reimpiego dei soldi da parte della famiglia mafiosa dell’Acquasanta. Gli arresti di oggi sono scattati per i reati di "riciclaggio, impiego di denaro, beni o utilità di provenienza illecita, trasferimento fraudolento di valori, tutti con l’aggravante mafiosa".

In manette - tra gli altri - è finita Rita Fontana, la figlia trentenne dello storico boss palermitano Stefano Fontana (morto nel 2012), e uno dei fratelli, Giovanni, di 41 anni. Gli altri arrestati sono: Gaetano Pensavecchia 58 anni, Filippo Lo Bianco (54), Michele Ferrante (36) e Domenico Passarello (43).

La mafia palermitana del caffè a Milano: 6 arresti

Le attività svolte hanno consentito di portare alla luce una vera e propria organizzazione finalizzata a gestire gli investimenti della famiglia mafiosa dei Fontana, i cui capi – usciti di galera – si erano trasferiti a Milano, dove avevano avviato altre attività, di recente sottoposte a sequestro di prevenzione. Sono state, invece, sottoposte a sequestro preventivo due aziende operanti nel settore del commercio del caffè: si tratta della Cafè Moka Special di Gaetano Pensavecchia e della Masai Caffè Srl, entrambe con sede e stabilimenti a Palermo. Mirate indagini bancarie e meticolose ricostruzioni patrimoniali hanno consentito di tracciare il rientro degli investimenti di capitali illeciti nella disponibilità dei Fontana, anche attraverso l’interposizione fittizia di diverse persone.

Blitz della finanza: l'uscita degli arrestati

"La famiglia dell’Acquasanta-Arenella, capeggiata in passato dal boss Stefano Fontana - spiegano dalla guardia di finanza - è stata nel tempo cruciale negli assetti di Cosa Nostra palermitana, alleandosi con i Madonia di Resuttana e con Salvatore Biondo di San Lorenzo, nonché investendo gli enormi proventi accumulati con il traffico degli stupefacenti nel settore dell’edilizia privata e nel controllo capillare e occulto dei subappalti ai Cantieri Navali di Palermo. Le investigazioni hanno consentito di evidenziare un gravissimo quadro indiziario nei confronti degli arrestati, che ha confermato come i Fontana continuino a esercitare un importante controllo sulle attività economiche della zona".

Il blitz della guardia di finanza tra Milano e Palermo | Video

Giovanni Fontana avrebbe investito a partire dal 2014 ingenti provviste dell’attività mafiosa della famiglia dedita, tra l’altro, alla “pratica della riscossione a tappeto delle attività estorsive nella zona di competenza”, ammontanti ad una cifra fra i 150 e i 300 mila euro, nella società Cafè Moka Special di Gaetano Pensavecchia. Soldi utilizzati per avviare una lucrosa attività di produzione e vendita di caffè e realizzare un nuovo impianto produttivo in zona Partanna Mondello. Giovanni Fontana ha curato personalmente la remuneratività dell’investimento e per questo da Milano spesso si recava a Palermo, salvo poi delegare alla sorella Rita la riscossione del denaro mensilmente dovuto. A sovrintendere a tale attività ci sarebbe stato Michele Ferrante, fedele sodale, che in più occasioni si sarebbe impegnato a riscuotere le “mesate”, mentre Filippo Lo Bianco, contabile della società, garantiva la correttezza dei conti. Una volta accumulati ingenti debiti, l’azienda è, poi, stata posta in liquidazione per continuare l’attività con un’altra società di capitali.

"Entrambe le aziende sottoposte a sequestro, operanti nel settore del caffè, sono imprese a partecipazione mafiosa - dicono dalla Finanza -. Pensavecchia era consapevole del fatto che i Fontana – come diceva nelle conversazioni intercettate – sarebbero rimasti “sempre soci” anche dopo la restituzione del capitale iniziale investito. Infatti, nel corso di una conversazione intercettata, ha affermato che “la maledizione del Signore è che siamo in società con questi”, e si mostrava assai timoroso della possibilità che i cosiddetti “spioni” (cioè i collaboratori di giustizia) potessero parlare della sua attività illecita, senza che egli potesse avere 'una cosa sopra quale prestanome'. Inoltre dimostrava di essere perfettamente inserito nella logica mafiosa, tanto da spiegare che ancora oggi a Palermo 'ogni zona ha il suo parrino', nonché mostrando la disponibilità a contribuire nonostante fosse conscio della 'natura mafiosa' dell’azienda".

Altra vicenda attorno alla quale ruotano le indagini è quella della vendita di un immobile nei pressi della piazza dell’Acquasanta, per il quale Pensavecchia svolgeva il suo lavoro di “prestanome”. In questo caso, è un altro fedelissimo dei Fontana ad occuparsi di recuperare gli 80 mila euro della vendita dell’immobile, vale a dire Domenico "Mimmo" Passarello, che faceva poi giungere i soldi riscossi a destinazione, anche attraverso Rita Fontana. I militari del Gico hanno a lungo seguito tutti gli spostamenti degli indagati, documentando i passaggi del denaro in contanti.

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