"Vediamoci in ospedale": ufficio a disposizione dei boss per evitare le cimici

I retroscena dell'operazione "Black cat", che ha portato all'arresto di 33 persone. Per sfuggire alle intercettazioni i mafiosi organizzavano summit perfino al San Cimino di Termini Imerese, grazie all'appoggio di un impiegato amministrativo

"L'appuntamento è meglio all'ospedale...". Sapevano di avere il fiato della polizia sul collo, così per sfuggire alle intercettazioni, organizzavano summit di mafia perfino nel nosocomio di Termini Imerese. Ma anche in aperta campagna. Gandolfo Intrabartolo ad esempio, per trattare argomenti delicati con gli altri affiliati, sfruttava la sua posizione di geometra, simulando di dover effettuare sopralluoghi sugli appezzamenti di terreno. E' uno dei tanti retroscena che emerge dall'operazione Black Cat che oggi ha portato all'arresto di 33 persone. (LEGGI I NOMI)

Un fiume separava i territori di competenza delle famiglie mafiose, come una sottile linea di demarcazione tra i mandamenti di Trabia e San Mauro Castelverde e le aree di influenza, dove mettere pressione al tessuto economico locale e raccogliere risorse con le estorsioni. “… Lui ha detto che il fiume Himera è il confine per lui… il fiume Himera da quella parte… ma una volta che si sistemano le cose dobbiamo essere tutti… tutti combaciati va…ma quale sta minchia… quanto vale l’unione non vale niente!…”, diceva Stefano Contino. Le due parti in causa sono proprio i due mandamenti di Trabia e San Mauro Castelverde, a capo dei quali c’erano rispettivamente Diego Rinella e Francesco Bonomo. Due boss storici, definiti “vattiati” (battezzatti, ndr), depositari degli antichi valori fondamentali per l’operatività del gruppo criminale. A loro due appartenevano, sebbene intestate fittiziamente ad altri soggetti per eludere le misure di prevenzione, le aziende sequestrati per un valore complessivo di 1,5 milioni di euro.

LE INTERCETTAZIONI/VIDEO

“Alcune delle conversazioni intercettate - spiega il comandante provinciale dei carabinieri Giuseppe De Riggi - danno il senso della loro organizzazione criminale. Esercitavano pressioni sulle attività imprenditoriali per la ‘messa a posto’, anche con i più classici metodi intimidatori. Erano capaci di individuare le ditte che si aggiudicavano appalti sia nel privato che nel pubblico, verificandone l’origine per capire se sollecitare altre famiglie mafiose e agevolare le operazioni. L’altro versante di loro interesse era quello delle istituzioni democratiche quali i Comuni, dove tentavano direttamente di infiltrarsi o opprimendo gli amministratori locali”. E’ il caso del sindaco dell’ex sindaco di Cerda, Andrea Mendola, cui nel 2012 furono incendiate le auto per non aver favorito gli interessi della mafia. “Minchia tutte in aria sono saltate..boom!..tutte in aria..”, commentava Gaetano Giovanni Muscarella.

“Ma che minchia…così se ne deve andare questo.. se non se ne va questo…”, commentavano Gandolfo Maria Interbartolo e Stefano Contino. Una conversazione intercettata a bordo dell’auto di uno dei due. Sarebbero stati loro due - ricostruiscono gli inquirenti - ad affidare questo compito a Gaetano Giovanni Muscarella, che insieme commentarono la vicenda in aperta campagna. Le due famiglie mafiose godevano dell’appoggio di Vincenzo Calderaro, assistente amministrativo all’ufficio protocollo dell’ospedale San Cimino di Termini Imerese. Tra le intercettazioni saltano fuori diversi dialoghi in cui i sodali fanno riferimento a Calderaro per vedersi in un posto “tranquillo". E a conferma della possibilità di incontrarsi lì uno di loro diceva “che aveva la visita prenotata”. “E’ indagato - spiega Pietro Sutera, comandante del gruppo di Monreale - per concorso eterno in associazione mafiosa. Abbiamo trovato elementi che comprovano la sua disponibilità nel fornire un aiuto volontario e consapevole alle famiglie, fornendo loro un luogo - conclude - dove riunirsi in totale riservatezza”.

Un’intimidazione frutto della poca “disponibilità” dell’ex primo cittadino, anche in virtù del fatto - scrive il gip Fabrizio Molinari - che avevano sostenuto, appoggiandolo, anche mediante la raccolta dei voti, la sua campagna elettorale del 2009. Ma quell’incendio provocò le dimissioni di Mendola, “costringendo” gli indagati ad attivarsi per potere prendere il controllo del Comune. Una scena, quella dell’ex sindaco, che gettò nel panico boss e affiliati, preoccupati in quanto avrebbero dovuto trovare qualcun altro pronto ad assecondare le operazioni mafiose. “Tu devi ascoltare a me… noialtri dobbiamo fare… vedi che… queste cose ne abbiamo discusso vedi ah… noialtri ci dobbiamo prendere il comune… due consiglieri comunali ed un assessore… senza che… senza far spaventare a nessuno! e chiudo!”, diceva Interbartolo in una conversazione intercettata. Anche perché l’ipotesi di commissariamento, come di fatto poi avvenuto, avrebbe creato qualche problema alle famiglie mafiose nel proseguire con le loro attività illecite. 

Quotidianamente gli interessi mafiosi puntavano sia verso la sfera pubblica che quella privata. Le estorsioni, infatti, erano il metodo prediletto per assoggettare gli imprenditori e controllare il territorio. Tra le estorsioni e i tentativi di ingerenza sulla politica, l’obbiettivo era uno soltanto: “Perchè ci dobbiamo prendere il paese nelle mani non c’e’ niente da fare.... comunque lui dice di fare le cose belle pulite... dice basta...”. Quattro le richieste di pizzo, con relative intimidazioni, ricostruite dagli investigatori. Una di queste venne fatta all’indirizzo di un imprenditore che stava costruendo alcune villette a Trabia, in contrada Sant’Onofrio. “Questi.. scavi qua davanti deve venire ancora a saldare il conto?”, specificando poi che in caso di resistenza la soluzione era una sola: “Vedi quello che devi fare..deciditi… che se ci dobbiamo dare nelle corna.. incominciamo..”. Stesso discorso per un’altra ditta, impegnata nella realizzazione di un istituto scolastico a Termini Imerese, in contrada Madonna della Catena. In quel caso fecero trovare all’imprenditore, all’interno del cantiere, una bottiglia di benzina e dei fiammiferi su un escavatore. “Eh.. e lì è quello…quello che… èèhh..[incomprensibile].. ci abbiamo messo la bottiglia… qua lo hai visto…prendi di qua.. prendi di qua… ti faccio vedere lì.. dobbiamo vedere perché... vedi che ha montato le telecamere a tutte le parti...sopra a tutte..”, diceva al telefono uno degli autori materiali, Antonino Fardella.

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