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Mafia, il consigliere comunale "amico" dei boss e il pizzo per la pulizia dello stadio

I retroscena dell'operazione Apocalisse 2, che ha portato all'arresto di 27 persone. Nell'occhio del ciclone è finito Giuseppe Faraone, che si sarebbe occupato di chiedere denaro per conto di Cosa nostra. Ma gli imprenditori "stanchi" hanno deciso di denunciare

I compiti istituzionali del consigliere comunale Giuseppe Faraone gli imponevano di occuparsi della "cosa pubblica", ma nel tempo libero avrebbe curato anche degli interessi di Cosa nostra, trovando però un muro con l'imprenditore a cui aveva chiesto la "messa a posto". Sono stati in tanti che, stanchi di estorsioni ed imposizioni da parte della criminalità organizzata, hanno deciso di denunciare tutto alle forze dell'ordine per dare un colpo alla "famiglia". Questo uno dei retroscena dell'operazione "Apocalisse 2" che, all'alba di oggi, ha portato all'arresto di 27 persone (LEGGI I NOMI), accusate a vario titolo di aver fatto parte delle consorterie mafiose di Resuttana e San Lorenzo (LE INTERCETTAZIONI: VIDEO). "Queste - spiega il procuratore aggiunto Vittorio Teresi - sono le attività cardine della mafia che, oltre a recuperare denaro, permettono di affermare il proprio predominio sul territorio. I boss devono capire però che la devono finire. E in questo senso è assolutamente positivo il rigurgito d'orgoglio dei commercianti, sempre più decisi a denunciare questi soprusi".

IL POLITICO ASSERVITO - Una delle più grandi "sorprese", come spiegano gli esponenti della Procura palermitana e quelli delle forze dell'ordine, riguarda il coinvolgimento di Giuseppe Faraone, ex assessore alla Provincia di Palermo dal 2008 al 2010 e consigliere comunale eletto nel 2012 nella lista "Amo Palermo. Si sarebbe occupato, così come riferito e riscontrato durante le investigazioni, di chiedere denaro per conto di alcuni "amici in difficoltà economica". Ma solo dopo aver chiesto una mano a raccogliere voti durante la campagna elettorale. Al rifiuto dell'imprenditore, che si occupava con la sua ditta delle forniture di impianti elettrici, semafori e segnaletica per pubblici e privati, è iniziata un'escalation di telefonate e visite da parte di sconosciuti. Ricollegando quei fatti agli incontri con Faraone, l'imprenditore andò in un bar di piazza Alcide de Gasperi per fare una "scenata" al consigliere comunale, imputando a lui la responsabilità di quei fatti. Faraone, nel tentativo di screditarlo e minimizzare, lo derise pubblicamente.

Giuseppe FaraoneChe con quel genere di attività ci sapesse fare o meno, Faraone, non è dato saperlo. Ma i componenti della consorteria immaginavano come sarebbe potuta finire. Così ne parlavano due indagati: "…azzoppa?…". Gli indagati Onofrio Terracchio e Francesco D'Alessandro, (quest'ultimo sorpreso a baciare Faraone) "temono" per le sorti del consigliere: "…qualche volta sempre lo so che pure a me…e fa dice: ma che me ne sto fottendo…ormai dice sono vecchio". I due, intercettati dagli investigatori, confermarono il suo coinvolgimento: "Minchia e… e questo … gliene ha fatto vuscari … ohu… i soldo glieli ha fatti vuscari con la pala, no così! Con la pala!". Non avendo ottenuto l'effetto desiderato, decidono di telefonare direttamente all'imprenditore: "Veda di farsi…di andare a trovare i cristiani bello presto, va bene? Non ha importanza! Come le sto dicendo io zio Nino!". Questo è però solo uno dei tanti tentativi, alcuni dei quali andati a segno, di estorsione nei confronti di commercianti locali e non solo.

L'ASTRO NASCENTE DEL RACKET - Tra agli arrestati dell'operazione c'è anche Davide Catalano. A lui - secondo quanto riferito dagli inquirenti - toccava il compito di riscuotere nelle case popolari dello Zen il pizzo dai suoi abitanti abusivi. La tassa alla "famiglia" permetteva loro di stare in quelle case e di avere erogati servizi quali acqua e luce. Riguardo a Catalano, un indagato ne parla come di una figura che risponde ai "cambiamenti voluti dall'alto". A lui il compito di colmare il vuoto lasciato nel quartiere da Sandro Diele, sostituito per un breve periodo dai successori Onofrio Terracchio e Paolo Lo Iacono. Quest'ultimo, che era tra l'altro risentito per il ruolo di spicco di Catalano, spiegava ad un uomo come funzionava il meccanismo: "Tu lo sai che da 25 l'ho buttata a 15?…e…l'abbiamo scalata perché le persone non vogliono uscire più soldi…". Pagamenti settimanali, differenziati in base alle attività di ognuno che venivano appuntate in un registro. "Davide Catalano - si legge nell'ordinanza - si raccorda all'organizzazione mafiosa Cosa nostra poiché fratello di Michele, arrestato nel 2007 dopo un breve periodo di latitanza, poiché considerato il reggente del gruppo operativo mafioso dello Zen, particolarmente vicino a Salvatore e Sandro Lo Piccolo".

mafia arresti intercettazioni febbraio 2015-2PIZZO ALLO STADIO - Un altro episodio ha riguardato una ditta che si occupa delle pulizie dell'impianto sportivo "Renzo Barbera". Tramite un responsabile della ditta coinvolta, Silvio Guerrera e Francesco La Barbera raggiunsero il titolare. Prima gli chiesero come avesse fatto a vincere l'appalto, poi di assumere alcune persone, molte delle quali erano donne e mogli di detenuti. Ma al suo rifiuto si trovarono costretti a spaventarlo, facendogli trovare una bottiglia di benzina davanti alla sede della sua azienda. Ma anche in questo caso l'imprenditore decise di denunciare tutto alla polizia. A questa sfilza di tentativi si aggiungono quelli ad imprese edili, alle quali chiedevano di impiegare uomini vicini alle "famiglie" o di cedere, anche in subappalto, le gare vinte onestamente. E' il caso di un'azienda che aveva realizzato alcune villette e Santa Flavia, a cui erano stati chiesti 15 mila euro per andare avanti coi lavori. Oltre che in provincia, la ditta lavorava anche nel capoluogo palermitano, "pestando i piedi" alla famiglia mafiosa di Bagheria. E questo portò Nino Zarcone, attualmente collaboratore di giustizia, ad invitare l'imprenditore a lasciare il cantiere di via Maqueda, aperto per un'opera da realizzare per conto della Curia.

Altri due nomi caldi della consorteria sono quelli di Domenico e Gregorio Palazzotto. La moglie di quest'ultimo, detenuto al Pagliarelli, gli fece da tramite rivolgendosi a due imprenditori che dovevano costruire all'Arenella. Volevano che i lavori per il cantiere venissero ceduti ad una ditta a loro vicina, permettendogli dunque un maggiore controllo. Certi di arrivare all'obiettivo avevano addirittura realizzato un contratto preliminare di cessione che, infatti, è andato fra gli atti finiti nelle mani degli inquirenti. I mafiosi "non hanno molta strada davanti e anche se ci saranno delle sostituzioni dopo questi arresti, i nuovi venuti verranno scoperti". Così ha dichiarato il procuratore capo di Palermo, Francesco Lo Voi, intervenuto in conferenza stampa. Poi un plauso ai ragazzi di Addiopizzo. "Lo abbiamo affermato diverse volte - si legge in una nota dell'associazione antimafia - ma mai come oggi è bene ribadire con forza: adesso o, forse mai più. Adesso è il momento di distruggere il muro di omertà e di consolidare e diffondere il sistema delle denunce collettive di imprenditori e commercianti. Solo così, con una decisa e sentita azione popolare, riusciremo a sconfiggere il pizzo".

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