Omicidio Mirko Sciacchitano, i giudici: "Fu una punizione esemplare dei boss"

Il giovane venne assassinato il 3 ottobre 2015 in via della Conciliazione, a Falsomiele. Nelle motivazioni della sentenza con la quale a novembre sono stati inflitti 6 ergastoli, si parla di "vendetta spietata" e viene rimarcato il clima di omertà che ha circondato la vicenda

Foto archivio

Salvatore "Mirko" Sciacchitano - assassinato il 3 ottobre del 2015 davanti ad un centro scommesse di via della Conciliazione, nel quartiere Falsomiele - doveva pagare il fatto di essersi reso “artefice di iniziative contrarie all’ordine prestabilito e garantito sul territorio dalla famiglia mafiosa di Santa Maria di Gesù”. Ovvero di aver partecipato, assieme a Francesco Urso (già condannato in via definitiva) alla gambizzazione di Luigi Cona, avvenuta il pomeriggio di quello stesso giorno in via dell’Allodola. La seconda sezione della Corte d’Assise non esita ad equiparare l’omicidio del giovane ad una “azione militare”, in cui rimase gravemente ferito anche Antonino Arizzi.

E' quanto emerge dalle 479 pagine con le quali la Corte presieduta da Alfredo Montalto (a latere Giulia Malaponte) motiva la sentenza del 25 novembre scorso, quando sono stati condannati all’ergastolo Natale Giuseppe Gambino, Antonino Profeta, Francesco e Gabriele Pedalino, Lorenzo Scarantino e Domenico Ilardi, e a 22 anni e mezzo di carcere Giuseppe Greco. I giudici non mancano di rimarcare le bugie e le omissioni che hanno caratterizzato molte delle testimonianze durante il dibattimento e sottolineano come da questi comportamenti si finisca “per apprezzare a pieno il contesto di reticenza ed omertà in cui si innesta la complessa vicenda”.

Un’ulteriore prova, in altri termini, della matrice mafiosa dell’agguato, che “trapela pure dalla scelta, indiscutibilmente anomala, della mancata costituzione quale parte civile dei familiari di Sciacchitano e di Arizzi, cui d’altronde fa da contraltare la mancata costituzione di parte civile di Luigi Cona nel procedimento a carico di Urso”.

Fu una giornata di sangue quel 3 ottobre di cinque anni fa: intorno alle 16.30 venne gambizzato Cona e, qualche ora dopo, ci fu la “spietata vendetta”, cioè la sparatoria in cui morì Sciacchitano. I giudici passano in rassegna intercettazioni e filmati ripresi dalle telecamere di sorveglianza e ritengono che la responsabilità degli imputati sia stata pienamente accertata. L’omicidio di Sciacchitano rappresenta “la massima estrinsecazione della prevaricazione mafiosa della consorteria sul territorio di influenza - scrivono - trattandosi di un delitto commesso al chiaro scopo di agevolare l’associazione stessa, riaffermandone la supremazia con modalità che, per l’indiscussa efferatezza e brutalità, appaiono tipicamente mafiose”.

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I difensori degli imputati hanno sollevato tanti dubbi, contestando per esempio la trascrizione di un’intercettazione fondamentale nel processo, ritenendola - sulla scorta di diverse consulenze - di “scarsa intellegibilità”, anche perché captata tra soggetti lontani dal microfono e in una strada trafficata. Ma per la Corte il passaggio in cui Gambino dice a Pedalino: “Iddu l’ave puru… Tu scinni e ci spari… di ‘ncapo ci spari”. E Salvatore Profeta aggiunge: “E prima vennu i cuosce!” è invece chiaro e contiene la pianificazione dell’agguato mortale. 
 

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