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Il momento precedente all'agguato

Il momento precedente all'agguato

La lunga notte dei killer di Fragalà tra mazzate, alcol e cocaina: "Semu consumati"

Emergono altri retroscena sul delitto di sette anni fa. I "picciotti" del Borgo recepirono gli ordini dei boss del mandamento Porta Nuova. "Totò, mi servono quattro picciotti stasira". Poi le direttive: "Quattru corpi i lignu pi struppiallu". Ma l'omicidio non era previsto: "I chiavi ponnu iccari"

Dopo aver massacrato di botte l’avvocato Fragalà, usando anche una grossa mazza di legno, i suoi killer andarono in giro per il pub del centro a bere alcolici e sniffare cocaina. A sette anni dall’omicidio del penalista catanese, brutalmente picchiato in via Nicolò Turrisi, gli inquirenti sarebbero riusciti a ricostruire il delitto e la sua pianificazione, rinchiudendo in cella i sei che presero parte alla spedizione. L’ordine, secondo quanto emerso nelle intercettazioni, arrivava dal carcere. Due dei fratelli Di Giacomo, boss del mandamento di Porta Nuova, avevano parlato della lezione che si “meritava” il legale, colpevole di prospettare ai suoi assistiti la via della collaborazione con la giustizia. "Quattru corpi i lignu pi struppiallu”, diceva uno dei personaggi finiti ieri in manette. Durante gli interrogatori di garanzia l’unico a rispondere al gip è stato Francesco Castronovo, mentre gli altri si sono avvalsi della facoltà di non rispondere. Francesco Arcuri, invece, si è difeso smentendo il suo coinvolgimento nell'omicidio e sostenendo che il pentito Francesco Chiarello, suo principale accusatore, aveva motivi di risentimento nei suoi confronti perché aveva una relazione con la moglie.

L’omicidio Fragalà rischiò di restare senza colpevoli dopo l’archiviazione disposta nel gennaio 2015 dal gip. Poi sono arrivate le dichiarazioni del pentito Francesco Chiarello, ritenuto attendibile dalla Procura, il quale ha ricostruito tutte le fasi precedenti e successive al brutale pestaggio. Lo stesso pomeriggio del 23 febbraio 2010 Francesco Arcuri salì a casa da Chiarello insieme a Ingrassia: “Totò, mi servono quattro picciotti stasira”. Il pentito, che come gli altri non sapeva chi fosse l’obiettivo dell’agguato, si tirò indietro perché non se la sentiva. Qualche ora dopo gli altri entrarono in azione. Secondo quanto ricostruito dalla Procura furono Paolo Cocco e Francesco Castronovo, non raggiunti dalle prime indagini, a picchiare con la mazza il penalista.

VIDEO: "C'ERO PURE IO, MORISSE IL BAMBINO" | LE INTERCETTAZIONI

Gli altri quattro, invece, parteciparono facendo da pali e portando l’arma che qualcuno stava rischiando di lasciare lì. “Ingrassia - ricostruisce Chiarello - mi ha detto: ‘Du curnutu e sbirru di Tonino Abbate s’avia a purtari a mazza cu Auteri e scapparu, dice, e io e Tonino cu Scarabeo ni purtammu a mazza china ri sangu”. Dopo l’aggressione alcuni componenti della banda andarono in giro per il centro fino alle 5 del mattino. “Tutta la notte siamo stati assieme io (Chiarello, ndr), Castronovo e Ingrassia e infatti di quanto è scemo…è stato scemo Ingrassia, alle cinque di mattina ci ha fatto passare dove c’è stato il pestaggio di Fragalà”. Poi hanno proseguito il tour, tra la Vucciria e la zona Candelai, facendo tappa nel pub del cognato di Nicchi.

Solo dopo l’accaduto gli indagati cominciarono a chiedersi (e a scoprire) chi fosse finito sotto quella raffica di mazzate e pugni. E lì cominciarono le loro preoccupazioni, registrate anni dopo anche dalle cimici piazzate dagli investigatori. Ma la sera stessa, poco dopo il fatto, alcuni di loro si incontrarono nel cuore di Borgo Vecchio, in via Ximenes. A denti stretti parlavano dell’accaduto. Tra questi c’era Arcuri, ritenuto uno dei più violenti, preoccupato che qualcuno si potesse far sfuggire qualcosa. L’idea lo fece innervosire così tanto che spaccò con un pugno il finestrino di un furgone, sotto gli occhi del suo proprietario che era affacciato al balcone. “U viristi Totò, io t’e l’avia rittu ca a stu curnutu e sbirru un te l’avia a purtare, perché è un drogato, scafazzato, è un magnaccio”.

Tutte le fasi di quella lunga nottata hanno assunto un altro significato dopo le dichiarazioni di Chiarello e le intercettazioni della banda che dopo anni, di fronte al “silenzio” della giustizia, iniziavano a sospettare qualcosa. Nel 2014, sei mesi dopo i primi arresti per l’omicidio Fragalà, anche i fratelli Di Giacomo ne parlano in carcere: “Questi picciuttieddi che fine hanno fatto?”.”Lo vedi…non senti niente..belli tranquilli”. I tre fratelli si fanno una risata amara: “Ma troppo niente si sente però!”. Sempre in carcere Ingrassia rivela a Chiarello le sue paure, spiegando il senso di rabbia per la troppa violenza di quella notte: “Ha a ghiccare u sango minchia, consumati siemu, picchì spuntò un’intercettazione ru cosu i lignu”.

Anche Castronovo, in compagnia della sorella sulla sua Hyundai Atos, ammette la sua colpevolezza: “Comunque me la sono scansata… Già quattro anni…minchia…se sapessi che io durerei quattro anni ci metterei la firma”. Dello stesso tenore Cocco mentre si confida con la moglie: “Po’ essere ca’ poi mi vennu a circari…chi c’ero puru io niesce!”. “Giura al bambino”, gli dice lei. “Ava a muoriri u picciriddu”, ribatte Castronovo. “Ma che cazzo stai dicendo”. “Vieru, compleanno un si nni festeggia…tu giuru”. “I chiavi ponnu iccari”, conclude mesta la sua compagna mentre immagina il loro futuro.

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