menu camera rotate-device rotate-mobile facebook telegram twitter whatsapp apple googleplay
Le forze dell'ordine sulla scena del delitto - foto Campolo

Le forze dell'ordine sulla scena del delitto - foto Campolo

L'omicidio del boss Dainotti, vietati i funerali pubblici: interrogati amici e parenti

La decisione del Questore per il 67enne freddato a colpi di pistola in via D'Ossuna. Effettuata l'autopsia: uno dei proiettili lo ha colpito alla testa, due al torace. Interrogati parenti e amici. Si segue tra le altre la pista dell'omicidio "rinviato"

Niente funerali pubblici per il boss Giuseppe Dainotti, freddato qualche giorno in via D’Ossuna. Così ha stabilito il questore Renato Cortese per la celebrazione funebre che si sarebbe dovuta tenere domattina nella parrocchia di Santa Maria della Pace di piazza Cappuccini. Intanto proseguono le indagini della Squadra Mobile che dal giorno dell’omicidio hanno ascoltato parenti e amici per tentare di ricostruire un quadro completo che possa aiutare a far luce sull’agguato avvenuto a pochi passi da uno dei due ingressi dell'istituto Sant'Anna che ospita la scuola dell'infanzia, primaria e secondaria di primo grado (GUARDA VIDEO).

I RETROSCENA: LA STORIA DEL BOSS DAINOTTI, UN DESTINO SEGNATO

LA DINAMICA - Giuseppe Dainotti, 67 anni, stava percorrendo in bicicletta via D’Ossuna in direzione corso Alberto Amedeo quando i killer, forse due, lo avrebbero affiancato probabilmente a bordo di un mezzo a due ruote. A quel punto hanno aperto il fuoco contro di lui esplodendo quattro colpi: due lo avrebbero raggiunto al torace e uno alla testa, sparato da breve distanza e da posizione laterale. L’arma potrebbe essere stata una Magnum 357 a tamburo, ragion per cui non sarebbero stati trovati bossoli per terra. Quella che sembra essere stata a tutti gli effetti un’esecuzione è avvenuta poco prima delle 8. La strada non era trafficata, ma gli investigatori ritengono plausibile che qualcuno abbia visto qualcosa ma non voglia parlare. Solo una donna ha detto di aver sentito gli spari e di essersi affacciata per vedere cosa fosse successo.

LE INDAGINI - Per il momento gli uomini della sezione Omicidi della Squadra Mobile stanno vagliando ogni ipotesi possibile, compresa quella per cui l’omicidio sarebbe stato solamente rinviato di alcuni anni. Risale al 19 aprile 2014 l’operazione dei carabinieri “Iago” che ha decapitato il clan di Porta Nuova. Le indagini subirono un’accelerata proprio per scongiurare una faida mafiosa. Tre anni dopo il processo a carico loro ha registrato due lievi riduzioni di pena per i boss Nunzio Milano ed Emanuele Vittorio Lipari, confermando le condanne per Giovanni Di Giacomo (12 anni), Tommaso Lo Presti (12 anni), Onofrio Lipari (12 anni e 8 mesi), Marcello Di Giacomo (8 anni e 8 mesi), Stefano Comandè (8 anni) e Francesco Zizza (8 anni).

LE INTERCETTAZIONI - Le microspie dei carabinieri hanno registrato alcune conversazioni inequivocabili tra i fratelli Giovanni e Giuseppe Di Giacomo, quest’ultimo poi ucciso nell’agguato del marzo 2014 mentre stava raggiungendo la sua sala giochi in via Corradino di Svevia. Giovanni Di Giacomo, parlando di Dainotti con il fratello Giuseppe, gli raccontò che era stato incaricato da Salvatore Cancemi di tendergli una trappola per ucciderlo. Lo chiamavano Gano di Magonza, “indegno e traditore”, proprio come il personaggio del poema del ciclo carolingio “Chanson de Roland”, che tradì la propria patria svelando ai Saraceni il modo per cogliere di sorpresa la retroguardia franca di ritorno dalla Spagna.

Poi Dainotti sarebbe stato scarcerato (marzo 2016, ndr) e dunque i Di Giacomo, ricostruisce il gip nell’ordinanza di custodia cautelare, avrebbero “dovuto prendere in considerazione la possibilità di eliminarlo poiché lo stesso avrebbe potuto rompere gli esistenti equilibri mafiosi e minare la leadership dello stesso Giuseppe”. Ma per non destare sospetti Giovanni consigliava al fratello di ingannare Dainotti. “Gli avrebbe dovuto lasciare le redini della famiglia mafiosa di Porta Nuova - scrive il giudice - dandogli tutto il supporto necessario. Successivamente, quando i tempi sarebbero diventati maturi, a seguito di un ‘appuntamento’, si sarebbe dovuto procedere alla sua eliminazione ad opera di Onofrio Lipari”.

Questi sono solo alcuni retroscena emersi dalle indagini, che hanno immortalato l’astio nei confronti di Dainotti, reo di aver raccontato falsità sul loro conto per metterli in cattiva luce agli occhi di Salvatore Cancemi, deceduto nel 2011, ufficialmente macellaio ma affiliato alla cosca di Porta Nuova da Vittorio Mangano, lo “stalliere di Arcore”, alla presenza di Pippo Calò.

L’ALLARME - Il questore Renato Cortese, dieci giorni prima dell’omicidio, aveva fiutato un pericolo imminente dichiarando pubblicamente: “Recentemente abbiamo registrato alcune scarcerazioni che ci preoccupano un po’, Cosa Nostra è un’organizzazione criminale costantemente in cerca di leadership, per questo monitoriamo ogni singolo movimento”. Appena otto ore prima, invece, un magistrato palermitano aveva sentito: “Da oggi pomeriggio, zona Zisa-Tribunale - fuochi d’artificio a oltranza. Mi sa che ne hanno scarcerato uno grosso”.

Argomenti
Condividi
In Evidenza
Ultime di Oggi
Potrebbe interessarti
In primo piano
Torna su

Canali

PalermoToday è in caricamento