Il ricatto della mafia: carabinieri uccisi per colpire lo Stato, ergastolo per Graviano

La Corte d’Assise ha condannato con il massimo della pena il superboss di Brancaccio insieme a Rocco Filippone: quegli attentati messi a segno nel Reggino fra la fine del 1993 e il febbraio del 1994, sancirono l’alleanza fra Cosa nostra palermitana e ’ndrine calabresi

Giuseppe Graviano

La Corte d'Assise di Reggio Calabria presieduta da Ornella Pastore ha condannato all’ergastolo, nell’ambito del processo "‘Ndrangheta stragista", il superboss di Brancaccio, Giuseppe Graviano, e Rocco Santo Filippone, ritenuto capomandamento di Melicucco, centro della Piana di Gioia Tauro, e accusato di essere affiliato alla cosca Piromalli.

La Corte d’Assise, dunque, accogliendo quasi per intero le richieste della procura reggina (per Filippone era stata chiesta anche la condanna a 24 anni per associazione mafiosa, ma il giudice ne ha inflitti 18), ha ritenuto Graviano e Filippone i mandanti degli attentati ai carabinieri avvenuti fra la fine del 1993 e il febbraio del 1994. Nel secondo dei tre agguati persero la vita, nei pressi di Scilla (Reggio Calabria), i carabinieri Antonino Fava e Vincenzo Garofalo.

Secondo l’ipotesi accusatoria portata avanti dal procuratore aggiunto Giuseppe Lombardo, gli attentati ai carabinieri compiuti da Consolato Villani e Giuseppe Calabrò, non avvennero, come stabilito nel processo ai killer, per neutralizzare un controllo da parte dei militari nel momento in cui i due stavano trasportando delle armi, ma furono messi in atto in nome della strategia stragista della mafia siciliana per colpire e ricattare lo Stato in modo da ottenere vari benefici di legge, soprattutto carcerari.

Un’alleanza, quella fra Cosa nostra e ’ndrine calabresi, che per Lombardo è un dato di fatto acquisito e che dimostra come mafia e ’ndrangheta, che pure vivevano di vita propria, nel momento in cui si trattava di mettere in atto azioni terroristiche contro lo Stato, facevano fronte comune come un’unica organizzazione criminale.

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Una tesi, questa, che riscrive intere pagine di storia della criminalità organizzata, ma che è stata respinta dagli imputati e ritrattata in udienza (ma non solo) anche dall’ex collaboratore di giustizia Calabrò, che dopo aver avallato la ricostruzione dei magistrati, ha fatto marcia indietro affermando di essersi inventato tutto. La Corte d’Assise, però, non gli ha creduto, accogliendo la ricostruzione del procuratore aggiunto Giuseppe Lombardo.
 

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