Il giudice ucciso e il sostegno a Berlusconi: "Così la 'ndrangheta appoggiò Riina"

Il collaboratore di giustizia catanese Giuseppe Di Giacomo ha risposto alle domande del pm Giuseppe Lombardo durante l'udienza del processo "Ndrangheta stragista". Anche l'omicidio dei carabinieri Fava e Garofalo faceva parte del progetto criminale

Totò Riina

La ‘ndrangheta appoggiò la strategia stragista di Cosa nostra, la sostenne e ne diventò parte integrante con l’uccisione dei carabinieri Fava e Garofalo. Un duplice omicidio eccellente che per il collaboratore di giustizia Giuseppe Di Giacomo, che oggi ha deposto durante l’udienza del processo “Nrangheta stragista”, fu deciso dal direttorio della criminalità organizzata, un organo di vertice, “un livello supremo” che, secondo la ricostruzione del pentito catanese, sarebbe stato composto dai capi crimine: Pino “facciazza” Piromalli, Luigi Mancuso, Franco Coco Trovato, Pasquale Condello “il supremo”, Giuseppe De Stefano, un rappresentante dei Pesce ed uno dei Bellocco.

Un direttorio che si rapportava con i capi mafia di oltre Stretto, che si coordinava sulle azioni da fare che, come sostenuto dal collaboratore di giustizia davanti alla corte presieduta da Ornella Pastore, non esitò ad uccidere il giudice Scopelliti per rendere un favore a Totò Riina: il boss corleonese che aveva impegnato la sua caratura criminale per mettere fine alla sanguinosa guerra di ‘ndrangheta che sconvolse l’ordine criminale, economico e sociale di Reggio Calabria.

“L’interesse - per Giuseppe Di Matteo - era comune a tutte le mafie, destabilizzare lo Stato, di assoggettare le istituzioni che, dopo la morte di Falcone e Borsellino, avevano reagito con un’inasprimento delle pene e una lotta senza quartiere alla criminalità organizzata”.

Rileggendo quegli anni l’ex boss dei Laudani, che dopo aver “preso coscienza del male procurato alla società” ha chiesto scusa e cambiato vita, si dice convinto che il direttorio della mafia, guidato dai corleonesi di Totò Riina, “fece un errore imperdonabile” e cioè “sottovalutò il fatto che la società potesse ribellarsi, che lo Stato potesse reagire con il 41 bis, con gli arresti dei latitanti, con le condanne ed i sequestri di beni”.

Un errore di strategia che, per il collaboratore di giustizia, portò il vertice di Cosa nostra ad alzare il tiro, ad avviare la stagione stagista in continente. Attentanti che insanguinarono l’Italia per tutto il 1993 e si placarono l’anno dopo, l’anno in cui nel Paese cambiava il quadro politico uscito rivoluzionato dall’inchiesta “Mani pulite”.

In quei dodici mesi il direttorio della mafia risvegliò la sua anima politica e, dopo aver accantonato il progetto di un movimento separatista, come ricorda l’ex boss catanese, inviò a tutti “un’indicazione precisa per sostenere Forza Italia”. 

L’Italia stava cambiando, alla guida della nazione era assurto Silvio Berlusconi, e la criminalità organizzata, in ogni sua sfaccettatura territoriale, puntava a risolvere i propri problemi: la revisione dell’ergastolo, il ridimensionamento dei collaboratori di giustizia, i sequestri di beni. 

“Sapevamo della nascita del nuovo movimento politico - ha detto Di Giacomo rispondendo alle domande del procuratore aggiunto Giuseppe Lombardo - dal 1993, perché Dell’Utri ne parlò con Aldo Ercolano. Me lo raccontò lo stesso Ercolano che mi disse di aver incontrato Dell’Utri in provincia di Messina per risolvere le problematiche relativa alle estorsioni ai danni della Standa in Sicilia, un’idea avuta dai palermitani per assoggettare Berlusconi”.

“Il direttorio - ha proseguito Di Giacomo - disse di far convergere tutta la nostra attenzione politica a sostegno di Forza Italia perché c’erano crescenti aspettative sulle richieste avanzate dai boss, Forza Italia rappresentava una garanzia he le richieste della mafia venissero accolte. Anche la ‘ndrangheta venne coinvolta in questo progetto politico e i risultati schiaccianti dei candidati si dimostrano questa convergenza”.

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Fonte: ReggioToday

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