Strage di via D'Amelio, i giudici: "Uno dei più gravi depistaggi della storia italiana"

Nelle motivazioni della sentenza depositate dalla Corte d'assise di Caltanissetta si ripercorrono oltre 20 anni di indagini e processi, tra falsi pentiti e servitori dello Stato infedeli. Un "disegno criminoso" cui avrebbe contribuito il gruppo investigativo di Arnaldo La Barbera

Via D'Amelio dopo la cruenta strage del '92

Falsi pentiti, servitori infedeli dello Stato, condanne, prescrizioni e documenti spariti, come l’agenda rossa magistrato ucciso dalla mafia. C’è questo e tanto altro nelle motivazioni della sentenza della Corte d’assise di Caltanissetta sul processo Borsellino Quater nella quale si parla "di uno dei più gravi depistaggi della storia giudiziaria italiana". Nelle oltre 1.800 pagine depositate ieri viene ripercorsa una delle più contorte vicende della storia contemporanea che, secondo i giudici, nasconderebbe un "disegno criminoso" realizzato in una convergenza di interessi tra Cosa nostra e altri centri di potere che non sopportavano il lavoro di Paolo Borsellino.

Le motivazioni della sentenza sono state depositate a 14 mesi dalla lettura del dispositivo con cui sono stati condannati all’ergastolo per la strage di via d’Amelio i boss Salvo Madonia e Vittorio Tutino, e a 10 anni per calunnia ai falsi pentiti Francesco Andriotta e Calogero Pulci. Un capitolo a parte è dedicato al falso pentito Vincenzo Scarantino, capace di ritrattare in diverse occasioni le proprie dichiarazioni nel corso degli anni e lungo lo svolgimento del processo. Per lui è scattata la prescrizioni in quanto i giudici gli hanno concesso l’attenuante a chi commette un reato poiché indotto da altri. Nella sentenza infatti vengono menzionati alcuni suggeritori esterni, "soggetti - scrivono i giudici - i quali, a loro volta, avevano appreso informazioni da ulteriori fonti rimaste occulte".

"Paolo vive", la fiaccolata silenziosa | VIDEO

Alle sue dichiarazioni si sono aggiunte quelle di altri due collaboratori di giustizia, Andriotta e Pulci, che avrebbero contribuito al "disegno criminoso" del depistaggio che ha portato alla condanna all’ergastolo di sette innocenti, poi scarcerati e scagionati grazie al processo di revisione. Ma chi avrebbe preso parte alla macchinazione? Secondo i giudici della Corte d’assise di Caltanissetta non ci sarebbero dubbi in relazione a quegli "investigatori che esercitarono in modo distorto i loro poteri". In questa direzione vengono utilizzate parole dure nei confronti del gruppo che indagava sulle stragi del ’92 guidato da Arnaldo La Barbera, funzionario di polizia poi deceduto.

Riferendosi a loro i giudici scrivono di "una serie di forzature" e "indebite suggestioni" per garantire un’impropria circolarità tra i diversi contributi dichiarativi, "tutti radicalmente difformi dalla realtà - continuano i giudici - se non per l’esposizione di un nucleo comune di informazioni del quale è rimasta occulta la vera fonte". In questo contesto rientra il collegamento tra il depistaggio e l’occultamento dell’agenda rossa di Paolo Borsellino che "conteneva una serie di appunti di fondamentale rilevanza rilevanza per la ricostruzione dell'attività da lui svolta nell'ultimo periodo della sua vita, dedicato ad una serie di indagini di estrema delicatezza e alla ricerca della verità sulla strage di Capaci".

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Secondo la Corte La Barbera ebbe un "ruolo fondamentale nella costruzione delle false collaborazioni" e sarebbe stato anche intensamente coinvolto nella sparizione dell’agenda, come evidenziato dalla sua reazione, connotata da una inaudita aggressività, nei confronti di Lucia Borsellino, impegnata in una coraggiosa opera di ricerca della verità sulla morte del padre". Negli scorsi giorni il procuratore aggiunto di Caltanissetta Gabriele Paci e il sostituto Stefano Luciani hanno chiesto il rinvio a giudizio per Mario Bo, Fabrizio Mattei e Michele Ribaudo, tre poliziotti del gruppo di La Barbera.

"C'è evidentemente un filo - ha dichiarato il sindaco Leoluca Orlando - che lega la sentenza sulla trattativa fra lo Stato e la mafia e questa sentenza sul depistaggio delle indagini sulla strage di via D'Amelio. Verità giudiziarie in più sedi e più procedimenti confermano la verità storica di pezzi dello Stato che agirono per la mafia e della mafia che agì per conto di pezzi dello Stato. Mentre occorre non fermarsi per giungere alla piena verità e giustizia, dobbiamo tutti avere gratitudine per la professionalità e la pervicacia di quei magistrati - prosegue il primo cittadino - che hanno continuato a cercare la verità, non a caso spesso attaccati e isolati anche da istituzioni che avrebbero dovuto difenderli. Dobbiamo tutti gratitudine a quella parte della società civile, come il movimento delle Agende rosse, che non si è distratta e non ha dimenticato. Soprattutto abbiamo tutti un dovere di gratitudine e vicinanza - conclude - alla famiglia di Paolo Borsellino che non ha mai smesso, con grande lucidità, compostezza e senso delle istituzioni, di continuare a chiedere giustizia".

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