Sabato, 20 Luglio 2024
Mafia

Messina Denaro al giudice: "Sono un agricoltore apolide, Cosa nostra? Ne ho letto sui giornali"

Le parole dell'ex superlatitante durante l'interrogatorio del 16 febbraio. Sostiene di non avere beni: "Mi avete tolto tutto e se anche avessi qualcosa non lo direi, sarebbe da stupidi". I soprannomi? "Me li hanno attaccati i vari giornalisti". E sulla vecchia estorsione che gli viene contestata spiega: "Era un mio diritto, volevano rubarmi un terreno"

"Non ne ho mai fatto parte, quel che so l'ho sentito dai giornali", questo dice Matteo Messina Denaro di Cosa nostra, nel più perfetto stile mafioso: dell'organizzazione criminale, che per anni è stata la più potente in assoluto, avrebbe appreso qualcosa dalla stampa, non certo perché ne ha fatto parte. E anche i soprannomi, che dice di non avere, "me li hanno attaccati da latitante i vari giornalisti". E' così che ha risposto l'ex superlatitante al gip Alfredo Montalto e ai sostituti procuratori Gianluca De Leo e Giovanni Antoci lo scorso 16 febbraio, durante l'interrogatorio di garanzia legato ad una vecchia vicenda estorsiva che per il capomafia sarebbe invece tutt'altro: "Rivendicavo un diritto", ha spiegato. Come già era accaduto pochi giorni dopo la sua cattura, avvenuta dopo trent'anni il 16 gennaio, il boss non ha mostrato alcun segno di apertura o di pentimento.

"Sono un agricoltore e sono apolide"

"Mi chiamo Matteo Messina Denaro, lavoravo in campagna ed ero un agricoltore", inizia con queste parole il verbale, in cui il boss prosegue spiegando di non avere "più da tanto tempo" una residenza "perché so che il Comune tanti anni fa mi ha cancellato. Io sono ormai un apolide", anche se non nega di aver vissuto "da latitante, quindi di nascosto, in segreto" a Campobello di Mazara. Quando gli viene chiesto se ha dei beni, il boss diventa anche ironico: "Li avevo, ma me li avete tolti tutti, se qualcosa ho, non lo dico, sarebbe da stupidi".

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"Rispondo solo su ciò che riguarda la mia persona"

Inutile poi cercare di cavare qualcosa da lui, lo mette subito in chiaro agli inquirenti: "Voglio rispondere, ma le risponderò su tutto quello che compete la mia persona, sul resto non mi interessa rispondere". E, infatti, a parte alcune parti del verbale che sono state omissate, Messina Denaro fornisce i suoi chiarimenti e la sua versione in relazione all'estorsione aggravata che gli viene contestata e che per lui invece sarebbe stato soltanto "rivendicare un mio diritto": "Ognuno risponde con la propria dignità di quel che fa", sottolinea.

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"Quel terreno fu comprato da mio padre"

Il boss spiega così al giudice: "Questo terreno è stato comprato da mio padre nel 1983. Mio padre era amico del padre della signora Passanante, che oggi è pure morto, e allora ha chiesto ad Alfonso Passanante, che conoscevo pure io, se poteva fare il favore di intestarsi questo bene e Passanante si intestò il bene, cioè si fece l'atto e lui conduceva le operazioni in campagna e aveva a che fare con me per i conti che dovevamo fare. Ad un tratto succede tutto quello che succede, e cioè che il tempo passa, passano gli anni, si arriva agli anni Novanta, mio padre è latitante, Passanante è in carcere. Io sono pure latitante". A quel punto "so, per vie traverse che tutti i loro beni sono stati ipotecati da alcune banche, per vicende loro che a me non interessano e nemmeno so, quindi questo terreno fu pure ipotecato, però io non dissi nulla e non feci nulla, perché lui era in carcere, quindi che dovevo dire? Andava così. Naturalmente la signora Passanante, in tutti questi anni di mia assenza, si tenne sempre tutto il profitto di questo terreno". 

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"Volevano rubarmelo, io non sono Biancaneve"

Ecco perché, ad un certo punto, Messina Denaro avrebbe deciso di scrivere alla donna: "Negli ultimi anni, vengo a sapere che lei stava vendendo il terreno. Tra parentesi avevano l'affare concluso sotto prezzo, perché lei voleva prendersi questi soldi di questo terreno, cioè lo rubava, e pagarsi il mutuo. E avrebbe pagato tutto con i miei beni. Questi sono discorsi per me non onesti perché le persone agiscono come vogliono, ma ognuno poi risponde con la propria dignità delle cose che fa, nel bene e nel male. E allora che cosa ho fatto? L'ho contattata, con una lettera, e gliel'ho firmata, non ho detto pseudonimi, firmato con Matteo Messina Denaro, perché io credevo di essere nella ragione dei fatti". E aggiunge: "Allora, voglio chiarire: se fosse stata Biancaneve a parlare con questi che stavano comprando la terra si sarebbero fatti una risata. Quindi per forza dovevo essere io".

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"La signora Passanante conosce bene la prassi"

La donna si sarebbe però rivolta al boss Vito Gondola, oggi deceduto: "Pensava, pensa ancora che io potessi essere intimorito da Gondola o quantomeno che Gondola avesse la capacità di intimorirmi di parlare quasi alla pari, effettivamente non l'ho conosciuto però so benissimo chi era". Ma poi "cambiano i tempi, lo Stato cambiò leggi si mise a sequestrare tutto, cioè nel momento in cui passava a noi è normale che lo sequestravano e confiscavano quindi a noi non ci conviene più toccare questo terreno. La prassi però voleva, e la signora Passanante lo sa, che il momento in cui io avrei deciso che avevo bisogno io, lo facevo sapere, lei lo vendeva e mi mandava i soldi, prima se li metteva in banca e poi a poco a poco li prendeva, ovviamente io le avrei fatto un regalo per tutto invece lei si vuole rubare... Quindi lei doveva vendere e dare i soldi a me, ma lei non ha sistemato niente".

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"Se le cose se le prende lo Stato va bene, io non sono nessuno..."

Il capomafia specifica che "io se le cose se le prende lo Stato ci sto, è lo Stato, io sono nessuno e da noi si dice quando la ragione si scontra con la forza, la forza vince, la ragione non basta. Ma che tu mi vieni a rubare le mie cose vedi che le mie cose non me le faccio rubare, mi vado a prendere tanti altri processi". L'ex superlatitante afferma che sarebbe riuscito a bloccare la vendita del terreno, contattando gli acquirenti: "Ho dovuto fare sapere a queste persone di non comprarsi il terreno".

Ma il risentimento verso la figlia del prestanome sarebbe rimasto. Il boss spiega di averla conosciuta "mentre facevamo dei conti con il papà Alfonso, fu un'estate, nel 1991, lui mi disse 'la vita è fatta di vita e morte' dice 'io ho la mia età, tuo papà non c'è, può darsi che io muoia, questa cosa come resta così in aria, vuoi che ti presento a mia figlia così nel caso succeda qualcosa a me lei sa che il terreno è tuo...'". Nel tempo, Messina Denaro si sarebbe quindi attivato per recuperare ciò che la donna gli avrebbe a suo dire rubato: il terreno "è della mia famiglia - chiarisce ancora al gip - anche l'avvocato che lei ha di fronte, che è mia nipote (si riferisce a Lorenza Guttadauro, ndr) sarebbe stata pure proprietaria di una parte di questo terreno..."

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