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Martedì, 4 Ottobre 2022
Mafia Brancaccio

Mafia e pizzo a tappeto a Brancaccio, in 15 tra boss e gregari finiscono a processo con l'abbreviato

Sono tutti coinvolti nell'inchiesta "Stirpe" di luglio dell'anno scorso, con la quale erano state ricostruite ben 46 estorsioni. Nessuno tra commercianti e imprenditori ha però ammesso di aver pagato la tangente a Cosa nostra e la Procura ha aperto a carico di una quarantina di loro un fascicolo per favoreggiamento

Ben 46 estorsioni, ma neanche un imprenditore o un commerciante che abbia ammesso, sulla scorta degli elementi raccolti dagli investigatori, di aver ricevuto richieste di pizzo. Un quadro desolante quello che era emerso dall'inchiesta "Stirpe" contro il clan di Brancaccio, messa a segno il 20 luglio dell'anno scorso. Adesso 15, tra boss e gregari, sono finiti a processo con il rito abbreviato.

"Ti pare che è facile? Che me li ricordo tutti io?", così diceva Maurizio Di Fede, uno degli imputati, riferendosi al fatto che le attività commerciali da taglieggiare fossero così numerose da non arrivare neppure a memorizzarle. Di Fede, come altri 14, ha scelto il rito alternativo per ottenere, in caso di condanna, uno sconto di un terzo della pena.

Oltre a lui, a giudizio è finito anche Giuseppe Greco (figlio di Salvatore, detto "senatore", a sua volta fratello di Michele, il "papa" di Cosa nostra", che secondo i sostituti procuratori Francesca Mazzocco e Bruno Brucoli, che hanno coordinato le indagini di polizia e carabinieri, avrebbe preso il comando a Ciaculli, dopo l'arresto, con l'operazione "Cupola 2.0" di dicembre 2018, del cugino Leandro Greco.

La mappa del pizzo: "Pagano tutti e chiedono pure scusa"

Sono sotto processo con l'abbreviato anche Girolamo Celesia, detto "Jimmy", Giuseppe Ciresi, Giovanni Di Lisciandro, Giuseppe Giuliano, Salvatore Gucciardi, Ignazio Ingrassia, detto "Boiacane", Rosario Montalbano, Stefano Nolano, Onofrio Claudio Palma, Gaspare Sanseverino (nipote del pentito Gaspare Spatuzza), Filippo Marcello Tutino e Angelo Vitrano. L'unico ad aver optato per il dibattimento è Sebastiano Caccamo.

Parallelamente, la Procura ha aperto un fascicolo per favoreggiamento a carico di una quarantina tra imprenditori e commercianti che, sentiti dopo gli arresti, hanno negato di aver ricevuto richieste di pizzo. Dalle intercettazioni, però, emergeva chiaramente che le estorsioni a Brancaccio venivano commesse a tappeto e si era arrivati ad imporre anche il pagamento di appena 5 euro per essere autorizzati a lavorare durante il mercato domenicale. La tangente a Cosa nostra, in un altro caso, sarebbe stata pagata semplicemente con la consegna ai boss di ceste natalizie. Ma i boss avrebbero anche imposto ad uno sfincionaro, oltre al pizzo, di mettere più condimento.

Il boss irredimibile: a 24 ore dalla scarcerazione era già a un summit

"Cominciamo con i miei - diceva Di Fede a Montalbano in un'intercettazione dell'11 aprile del 2019 - così me li scrivo... Quindi io ho questo, me li ha dati tutti per Natale, poi c'è quello delle bombole, poi c'è la polleria alla Sbannuta, l'assicurazione alla Roccella, poi... ti pare che è facile? Che me li ricorso tutti? Questo delle pedane prendilo questa volta, gli dici: 'Ti sono venuto a cercare a Pasqua'. Non viene nessuno, ci puoi andare, già loro stessi me lo hanno detto... In borgata qua chi c'è? In palestra ci vai tu? Chi c'è poi, fammi pensare... da quello ci vado io...".

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