Il silenzio della mafia: "C'è fermento, adesso i perdenti spingono per riprendersi Palermo"

Comandano 81 famiglie divise in 15 mandamenti. La relazione della Dia affronta tutte le ultime questioni. L'evoluzione di Cosa nostra ancora alle prese col difficile riavvio del dopo Riina, le scarcerazioni, l'inadeguatezza dei giovani boss, la convivenza coi clan stranieri, l'asse con gli Usa

La mappa della mafia a Palermo: 81 famiglie, 15 mandamenti

"In provincia di Palermo Cosa nostra si presenta ancora strutturata, pervasiva e dotata di una decisa volontà di riorganizzare i propri ranghi e allargare la sfera di influenza". Inizia così la relazione semestrale della Dia sulla mafia in Sicilia. Fari puntati sulla riorganizzazione palermitana e su tutti gli scossoni avvenuti negli ultimi mesi. La direzione investigativa antimafia affronta varie questioni. L'evoluzione di Cosa nostra ancora alle prese col difficile riavvio del dopo Riina, la questione scarcerazione, l'inadeguatezza dei giovani boss, il ritorno preopotente degli scappati, la convivenza coi clan stranieri che a Palermo sono sempre più un aumento.

"I gruppi criminali palermitani - si legge nella relazione della Dia - oltre che a ricercare un capillare controllo del territorio, si muovono con sempre maggiore sicurezza negli ambienti imprenditoriali e finanziari, infiltrandosi anche negli apparati amministrativi degli enti locali". Viene documentato il ritorno alla ribalta dei cosiddetti “scappati”, ovvero i perdenti della guerra di mafia scatenata dai corleonesi negli anni Ottanta. Al momento Cosa nostra si presenta ancora come un’organizzazione unitaria e verticistica legata fortemente alle proprie radici territoriali, ma anche proiettata ben oltre i confini nazionali. La microcriminalità locale viene spesso impiegata come forma di manovalanza, garantendo in questo modo alle potenti famiglie sia il controllo del territorio, sia la “fidelizzazione” dei piccoli sodalizi criminali, anche stranieri.

La mafia a Palermo: 15 mandamenti

Sul piano organizzativo, le consorterie della provincia palermitana risultano ancora suddivise in 15 mandamenti (8 in città e 7 in provincia) a loro volta composti da 81 famiglie (32 in città e 49 in provincia), i cui confini non appaiono sempre rigidamente definiti, ma tenderebbero ad adattarsi in base agli accordi ed agli equilibri di potere dopo l'“immobilismo” organizzativo, causato prima dallo stato di lunga detenzione in regime speciale di Riina e, dopo, dal fallito tentativo di ripristino della Commissione provinciale, necessaria per stabilizzare l’ambiente interno in seguito alla morte dello storico boss.

Il ritorno degli scappati

Al momento risalta il "silenzioso fermento riorganizzativo interno a Cosa nostra" in cui ancora si avverte la divisione tra “scappati” e “stanziali”. Non è da escludere che personaggi considerati, nel recente passato, come “perdenti” spingano a riprendere il potere dopo la lunga egemonia corleonese. Significativo, al riguardo, quanto emerge dall’operazione “New Connection”, dove si evince come il summit mafioso del maggio 2018, propedeutico al rilancio della Commissione provinciale, fosse stato tenuto nel territorio del mandamento di Passo di Rigano, storicamente zona di riferimento della famiglia Inzerillo. Proprio la scelta di questo luogo di riunione sembrerebbe testimoniare il ritorno di questo clan - di cui facevano appunto parte numerosi “scappati” – di una posizione di rilievo nell’ambito della gerarchia mafiosa.

Quell'asse mafioso Palermo-New York

A conferma dei tentativi di ricerca di nuovi equilibri ed alleanze, è necessario esaminare più in dettaglio le evidenze emerse nell’ambito della citata operazione “New connection”, con la quale sono stati colpiti 19 esponenti del mandamento palermitano di Passo di Rigano ed in particolare un soggetto "….importante anello di collegamento - si legge nella relazione - tra la famiglia mafiosa di Passo di Rigano e la Cosa Nostra americana… per aver gestito in prima persona il passaggio dall’Italia verso gli Stati Uniti di denaro proveniente dalla famiglia mafiosa di Passo di Rigano e destinato al sostentamento dei detenuti appartenenti alla famiglia Gambino". L’indagine mostra anche la forte capacità di infiltrare l’economia della famiglia mafiosa di "Torretta e di altre articolazioni territoriali di Cosa nostra tra le quali le famiglie mafiose di Passo di Rigano e di Uditore”. L’indagine rivela, inoltre, come la collaborazione tra consorterie delle due sponde dell’oceano si fosse realizzata “…facendo pervenire in territorio siciliano, in modo occulto, somme non quantificate di denaro contante, beni ed altre utilità, in parte destinati al finanziamento di attività commerciali presenti in territorio palermitano intestate fittiziamente a prestanome ed in realtà riconducibili a soggetti appartenenti al mandamento mafioso di Passo di Rigano….”, e come le organizzazioni mafiose operassero “….facendo uso in più occasioni tra gli Usa e l’Italia di numerose carte di credito intestate a terzi non identificati o comunque carte di credito falsificate ed alterate in modo da ostacolare l’identificazione della loro provenienza delittuosa…”.

L'omicidio di Calì: "Ora succede un macello"

Gli esiti investigativi hanno evidenziato come, mediante “… reciproca consapevolezza e condivisione di contenuti, sinergie operative e propositi criminosi…”, Cosa nostra statunitense finanziasse le attività economiche della famiglia mafiosa di Passo di Rigano – Boccadifalco. Il legame tra il mandamento di Passo di Rigano e la consorteria americana dei Gambino emerge ulteriormente con l’omicidio, avvenuto nel mese di marzo 2019 a New York, di un esponente di vertice della famiglia americana, Frank Calì, ma legato agli “scappati” in virtù di legami familiari acquisiti. Nelle fasi immediatamente successive all’omicidio, gli investigatori italiani hanno intercettato a Palermo una telefonata tra l’Italia e gli Stati Uniti, nella quale l’interlocutore statunitense rassicurava l’italiano sul movente dell’omicidio, sostenendo che tale gesto non era relativo ad una faida interna alla criminalità organizzata. Si legge, infatti, negli atti dell’attività investigativa: “A poche ore dall’omicidio del boss newyorkese… aveva già assunto le prime fondamentali indicazioni giunte proprio dai familiari stabilmente residenti in quella città... riguardo alla dinamica dell’evento ed alla responsabilità attribuibile ad un giovane nell’ambito di una questione di tipo sentimentale”. Si legge ancora che l’esponente di Cosa nostra siciliana “…si mostrava preoccupato perché il clamoroso assassinio di Calì, noto per la sua appartenenza alla famiglia mafiosa statunitense dei Gambino, avrebbe potuto avere ripercussioni mediatiche anche nei confronti della compagine mafiosa di Passo di Rigano. "Ora mettono di nuovo a noialtri nel mezzo, ora un macello succede…”, è l'affermazione catturata in un'intercettazione. 

Le scarcerazioni e e il carisma dei vecchi

E' opportuno anche evidenziare che, nel periodo in esame, alcuni uomini vicini ai clan mafiosi palermitani hanno concluso il loro periodo di detenzione, ritornando in molti casi alle precedenti attività criminali. A ciò si aggiunga come, in relazione alla pandemia da Covid-19, è stata concessa, a fine aprile 2020, la detenzione domiciliare in Sicilia al boss Francesco Bonura, prima detenuto al 41 bis e poi rientrato in carcere. "Gli aspetti organizzativi ed operativi dei sodalizi risultano, infatti, costantemente influenzati dalle scarcerazioni degli anziani uomini d’onore - spiega la Dia - ai quali sarà sempre riconosciuta una pregnante influenza sul territorio. In effetti spesso le famiglie - che avevano dovuto affidare il controllo dei loro affari a giovani elementi talvolta impulsivi, spregiudicati e in qualche caso privi di visione strategica - devono fare ricorso proprio ai consigli dei più anziani, che sopperiscono, con il loro carisma, a reggenti senza un reale seguito".

Droga, buttafuori e movida

Un’altra attività investigativa, denominata “Octopus”, ha invece documentato l’infiltrazione di Cosa nostra nel settore dei locali notturni, attraverso la gestione dei servizi di sicurezza, nonché l’imposizione, mediante violenza, dell’assunzione di propri accoliti come “buttafuori”, “…con la minaccia consistita nel prospettare gravi ripercussioni laddove non avessero ottemperato alle loro richieste”. In altri casi, l’imposizione consisteva nell’imporre la presenza “…di persone da loro indicate come addetti antincendio per la gestione della sicurezza del locale…”. Per questo motivo uno degli indagati si era interessato “ all’assunzione dei fratelli….attraverso la costituzione delle associazioni volontari vigili del fuoco…”. Accanto alle estorsioni, le indagini confermano come anche le consorterie palermitane restino sempre molto attive nel traffico di sostanze stupefacenti, spesso attuato in collaborazione con altre organizzazioni criminali, italiane e straniere. Le indagini del semestre confermano, peraltro, come l’organizzazione mafiosa siciliana sia costantemente alla ricerca di contatti diretti nei Paesi di produzione, indispensabili per l’approvvigionamento. Essa, inoltre, opera in un sistema criminale integrato anche con ‘ndrangheta e camorra. È il caso dell’operazione “Blanco”, che ha riguardato un traffico di stupefacenti, in particolare cocaina, approvvigionata a Napoli con l’impiego di corrieri e destinata alle piazze di spaccio di Palermo, Agrigento e Caltanissetta. L’associazione è risultata far capo ad alcuni soggetti aventi consolidati legami con esponenti di rilievo dei mandamenti palermitani di Porta Nuova ed in particolare “…con un ruolo di responsabilità nel quartiere della Kalsa”, piazza di spaccio strategica nella città di Palermo. Le indagini hanno accertano, inoltre, come per la gestione del traffico di droga si sia assistito ad un ampliamento “…degli orizzonti dell’associazionismo sull’asse Palermo-Napoli, individuando ulteriori soggetti come compartecipi di un sodalizio criminoso…”.

Cosa nostra tollera la criminalità straniera

Accanto alla criminalità mafiosa - con tutto il contorno di pubblici amministratori infedeli e professionisti compiacenti che ne agevolano gli affari illeciti - sul territorio della provincia si continuano a registrare reati commessi da clan di origine straniera. La disamina ha confermato come il ricorso di Cosa nostra a tali organizzazioni sia limitato ad una collaborazione destinata ad azioni circoscritte e sempre con ruoli di basso profilo. Cosa nostra, quindi, manterrebbe il controllo delle attività nelle zone di competenza, tollerando la presenza della criminalità straniera solo per ruoli marginali di cooperazione ovvero delegando loro “porzioni” di attività illegali. Negli ultimi anni, la presenza sul territorio di stranieri appare in crescita, con un incremento più significativo di romeni, tunisini e marocchini, per quanto alcune risultanze investigative abbiano confermato, come più radicata nel contesto cittadino, la mafia nigeriana, a che opera attraverso cellule di gruppi criminali, denominati "secret cults", ossia strutture criminali basate su appartenenza etnica, organizzazione gerarchica, struttura militare, riti di iniziazione e codici comportamentali.

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La mafia nigeriana a Ballarò

E' necessario soffermarsi, a questo punto, sul rapporto tra la criminalità organizzata nigeriana e Cosa nostra. Come in parte accennato, c’è una sorta di placet da parte delle locali consorterie in merito all’operatività di nigeriani sul proprio territorio, cosa che mantiene uno stato di non conflittualità tre le due associazioni. Cosa nostra, comunque, laddove necessario, non tarda a sottolineare il proprio predominio territoriale, anche con azioni di forza. "La mafia nigeriana ha saputo comunque, nel tempo, ritagliarsi uno spazio nel territorio cittadino palermitano, riuscendo a gestire lo sfruttamento della prostituzione di giovani connazionali nonché il traffico e lo spaccio di sostanze stupefacenti - spiega la Dia nella sua relazione -. Al riguardo, nel semestre, significativa è stata l’operazione “Disconnection Zone”, che ha colpito un sodalizio operativo a Palermo, appartenente al cult denominato “Supreme Vikings Confraternity”, dedito allo spaccio di sostanze stupefacenti e alla gestione di case di prostituzione - situate per lo più nel centro nel quartiere Ballarò".
 

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