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Messicati Vitale, fine della corsa: 12 anni di carcere per il boss di Villabate

E' stato condannato dal gup Fabrizio Molinari. L'accusa è di associazione mafiosa. Nel 2012 riuscì a sfuggire all'operazione "Sisma": fu rintracciato a Bali. I pentiti lo descrivono così: "Uccidere? Per lui è come comprare un pacchetto di sigarette"

Per arrestarlo sono dovuti andare "nell'altro capo del mondo". Ora a distanza di 4 anni Antonino Messicati Vitale, il capo del clan di Villabate è stato condannato a 12 anni (con rito abbreviato) dal gup Fabrizio Molinari. L'accusa è di associazione mafiosa.

Messicati Vitale nel 2012 riuscì a sfuggire all'operazione "Sisma", contro i clan di Misilmeri e Belmonte Mezzagno. Ma la sua latitanza durò poco, grazie alle indagini dei carabinieri fu arrestato una prima volta nel 2013. Dopo essere sfuggito alla cattura, infatti, si era nascosto in un lussuoso residence a Bali, in Indonesia, luogo in cui aveva festeggiato i suoi quarant'anni con una festa durante la quale l'orchestra intonò il tema del "Padrino". Poi era stato arrestato per la seconda volta nell'ottobre 2014.

Il boss oggi ha atteso il verdetto passeggiando lungo il corridoio del palazzo di giustizia. Poi il verdetto, che lo riporta in carcere. Da dove era clamorosamente uscito, sfruttando un cavillo, nell'ottobre del 2015, quando venne sottoposto solamente all'obbligo di dimora nel comune di Terrasini perché erano scaduti i termini di custodia cautelare: ai suoi avvocati infatti non era stato notificato un avviso di conclusione delle indagini.

Un boss dal grande spessore criminale. Spietato, giovane, rispettato, spregiudicato. La storia mafiosa di Antonino Messicati Vitale, boss di Villabate, affonda le proprie radici molto più lontano. Già con le indagini Sisma, Argo e Reset, con cui sono stati disarticolati i mandamenti mafiosi di Misilmeri, Belmonte Mezzagno e Bagheria, era stato evidenziato il suo ruolo di vertice. "Il suo spessore criminale - avevano spiegato i carabinieri - viene evidenziato dal ritrovamento di un pizzino a lui fatto recapitare da Silvestro Girgenti, gioielliere di Bagheria e creditore di altri affiliati, che si rivolge a chi gode di indiscussa autorevolezza per avere una intercessione e ottenere la restituzione del denaro".

E i pentiti di oggi e di ieri confermano in modo inequivocabile la caratura mafiosa di Messicati. In particolare Stefano Lo Verso, nel 2011, raccontava: “... Nel 2010 durante la detenzione con Comparetto, dallo stesso ho appreso che a Villabate si muoveva Tonino Messicati che era uscito da poco dal carcere e Tonino è un tipo che per il quale andare ad uccidere una persona è come comprare un pacchetto di sigarette...”.

Anche il pentito Sergio Rosario Flamia considerava Messicati “il vero capo del mandamento di Bagheria, un uomo d’onore della famiglia di Villabate molto influente e potente, addirittura sovraordinato ad Antonino Zarcone”. Dichiarazioni che trovano conferma nelle recenti ammissioni di Zarcone: “E’ uomo d’onore di Villabate. Dopo l’arresto di Giovanni D’Agati ha preso in mano la direzione della locale famiglia ed ha anche favorito la latitanza di Gianni Nicchi… Nel 2011 io sono stato affiliato nella famiglia di Villabate anche se dovevo fare parte della famiglia di Bagheria, alla presenza dei fratelli Messicati Vitale, Tonino e Fabio, e Lauricella … Io, Gino Di Salvo e Tonino Vitale avevamo un ruolo direttivo del mandamento di Bagheria; Nicola Greco era all’oscuro della nostra affiliazione…”.

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